Il trentesimo anno

La guerra invisibile di una generazione smarrita, e il gioco del mondo, pieno di speranza
10 GEN 20
Ultimo aggiornamento: 09:53
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Tempo fa sul sito dell’associazione culturale cheFare è apparso un lungo articolo a firma di Tiziano Bonini sul lavoro culturale, su cosa significa intraprendere – spesso contro il senso comune – un percorso formativo e lavorativo dagli esiti spesso molto avari.
Bonini, che insegna a Siena Teorie e tecniche della comunicazione di massa, utilizza come elemento di condivisione la propria autobiografia di primo laureato della famiglia, espone se stesso e le proprie scelte mettendo a nudo sia i successi che le sconfitte, ma soprattutto denuncia con precisione e anche con coinvolgimento emotivo la guerra in corso. “Il lavoro culturale ha bisogno di una lotta (creativa) di classe”, è il titolo del suo articolo: che ha avuto migliaia di lettori, centinaia di condivisioni, e molti altri ancora hanno scritto raccontando le loro storie. Questo significa che il fronte è aperto e che quella che una volta era una lotta che vedeva padri e figli gli uni contro gli altri ora vede padri e figli – quarantenni e ventenni – dalla stessa parte della barricata in un inedito legame, anche di riscoperta di un rapporto che sicuramente sta cambiando profondamente la società italiana.
Concita De Gregorio definisce esplicitamente il nostro tempo come un tempo di guerra. In tempo di guerra (Einaudi Stile Libero) è infatti una sorta di romanzo inchiesta che partendo da uno scambio epistolare con un trentenne, di nome Marco, ricostruisce la vita intima di un giovane uomo oggi in Italia alle prese con assenza di lavoro e possibilità che, più semplicemente, e drammaticamente, diviene una perdita di orizzonte. “Ho trent’anni, sono il soldato di una guerra invisibile”. Marco è una persona fatta di molte persone. Concita De Gregorio ricostruisce minuziosamente il sentimento di una giornata qualunque di una generazione abbandonata a se stessa, sia nelle competenze che nello sguardo. Fratelli maggiori e fratelli minori di altri che in qualche modo appaiono più attrezzati per esperienza, cinismo o duttilità.
Quello che resta così a Marco, protagonista del libro e Caronte di questo viaggio, è un grande bisogno di vedere, di fare spazio e di ascoltare. In tempo di guerra gioca su più fronti, mischia lettere a pagine di diario, libri a canzoni, ed è una vera e propria cronaca di montaggio in cui le fonti non hanno altro da raccontare che se stesse, perché già densamente popolate di incubi profondi e al tempo stesso di comuni desideri. E di una grande speranza. La storia pagina dopo pagina si riempie di sorprese. La forza resiste a cambiare, cerca un nuovo orizzonte e trascina tutto il resto, anche se rimane l’impronta liquida di una generazione che non si fa corpo, ma macchia che espandendosi inquina e rischia di fregare il prossimo, di annegarlo in un mare di solitudine e invisibilità.
Concita De Gregorio scrive un libro che racconta una guerra, ma anche un gioco bellissimo, quello del mondo in cui è possibile trovare la via giusta cercando di evitare la guerra, ma non certo continuando ad ignorarla. Abbiamo per troppi anni riempito le pagine dei giornali e i nostri corpi di attrezzato cinismo, ora serve altro: occorre reagire. E’ necessaria una sorta di inedito realismo magico, di disincanto feroce là dove feroce è solo il desiderio, la felicità e la passione.
Non conta più nemmeno la carriera in un mondo che ha fatto dei numeri, come delle statistiche e dei sondaggi, dei corpi emotivi, falsificandoli, non conta più in fondo nemmeno il successo alimentato da una retorica che lo rende inutilizzabile anche a chi lo ottiene, non solo per chi lo desiderasse (lecitamente, giustamente).
Conta invece come per chi è venuto prima la guerra che è in corso che non è vinta e non è persa, ma che c’è e quindi richiede coesione, aiuto reciproco, riconoscibilità e soprattutto riscoperta di alcune pratiche anche affettive in cui ritrovarsi a fare gruppo e calore. Spezzare questa moltitudine di solitudini.
Un verbo che è stato quasi totalmente rimosso oggi andrebbe riscoperto e sarebbe utile nella battaglia è orizzontare, che non vuol dire solo vedere l’orizzonte o avere uno sguardo più ampio, ma anche riconoscere il luogo in cui si è immersi, essere in grado di capirlo e infine essere capaci di collocare gli altri e se stessi.
La guerra è dunque in corso, va riconosciuta, va più semplicemente combattuta: non è l’unico modo per vincerla, ma è l’unico modo per fermarla. Prima che i figli si vendichino sui padri, prima che i padri si dimentichino del tutto dei figli. Si parte con la fiducia nel prossimo, è obbligatorio, con la fiducia in chi legge e in chi scrive, in chi lavora, qualunque lavoro faccia. Si parte con la testa e il cuore pronti a dare spazio, a dare la misura al prossimo, e al futuro, fidandosi come per strada quando si ha sete e si offre da bere. Fidandosi di nonna Teresa che dice: “Mangia la carbonara, amore, e non ti vergognare. Sono gli eccessi che ci fanno ammalare”.