La doppia morale dei baroni

Giulio Meotti

L’Università di Pisa, il Cern e l’Istituto di fisica sospendono Strumia per “sessismo”. Ma da anni l’accademia tace sulle centinaia di propri boicottatori di Israele. “Etica e diversità” non sono in gioco con chi attacca lo stato ebraico?

Roma. L’ha pagata cara, il fisico italiano Alessandro Strumia. “La fisica è stata inventata e costruita dagli uomini”, aveva detto questo scienziato e docente nel workshop organizzato dal Cern di Ginevra lo scorso 28 settembre. “C’è una cultura politica che vuole sostituire competenza e merito con una ideologia della parità”. La reazione del mondo accademico non si è fatta attendere.

  

Strumia si è visto sospendere dall’Istituto nazionale di fisica nucleare: “L’Infn – ha detto l’ente di ricerca – ha deciso di procedere alla sospensione immediata con la motivazione che il professor Strumia ha fatto, per di più in un contesto pubblico internazionale, affermazioni lesive dell’immagine dell’Ente e, cosa ancor più grave, discriminatorie e apertamente lesive della reputazione di ricercatrici e ricercatori dipendenti e associati all’Infn, in violazione delle norme del codice etico e del codice di comportamento per la tutela della dignità delle persone dell’Istituto”. Fernando Ferroni, presidente dell’Infn, ha detto che la vicenda “è stata sottoposta al nostro collegio di disciplina e ai nostri controllori del codice etico”. Misura disciplinare analoga contro Strumia da parte del Cern. La “diversità”, recita il comunicato da Ginevra, è uno “dei valori principali del Cern, che è impegnato a promuovere diversità e uguaglianza a tutti i livelli”. Anche il rettore dell’Università di Pisa dove insegna Strumia, Paolo Mancarella, ha disposto un “procedimento etico” contro il fisico. A Pisa si riunirà la commissione etica “valutando eventuali violazioni delle norme che devono guidare la condotta dei professori universitari”.

   

Senza entrare nel merito delle discutibili tesi di Strumia, qui c’è un doppio standard che le stesse università applicano a un caso che da anni investe davvero l’etica accademica, la discriminazione dei colleghi e i princìpi di “diversità” su cui dovrebbero fondarsi le università. Si tratta del boicottaggio di Israele. Nell’appello di trecento accademici italiani per ostracizzare l’università israeliana del Technion, fucina di quattro premi Nobel, compaiono quattro docenti e ricercatori della stessa università di Pisa, dove insegna Strumia. L’ateneo ha forse avviato nei loro confronti gli stessi procedimenti disciplinari? E il rettore ha preso una posizione pubblica contro di loro? “Non accetteremo inviti a visitare istituzioni accademiche israeliane; non parteciperemo a conferenze finanziate, organizzate o sponsorizzate da loro, o comunque non collaboreremo con loro”, recita l’appello.

   

Nessuna delle università italiane dove insegnano quei docenti risulta che li abbia giudicati né biasimati. E sono appelli, a differenza del workshop di Strumia, che intendono avere effetti “pratici”: impedire che ricercatori israeliani ottengano fondi di ricerca all’estero, fare pressione sulle facoltà per interrompere le relazioni con i dipartimenti israeliani, convincere i docenti a non visitare lo stato ebraico, non invitare gli israeliani alle conferenze all’estero, prevenire la pubblicazione di articoli firmati da accademici israeliani, negare raccomandazioni agli studenti che intendono fare ricerca in Israele (c’è appena stato un caso importante all’Università americana del Michigan) e creare un cordone sanitario attorno alle riviste accademiche israeliane.

 

Una lettera aperta indirizzata al rettore di Torino, Gianmaria Ajani, da parte di cento intellettuali, giornalisti e politici di recente ha denunciato che “all’Università di Torino si dibatte e si mostrano documenti falsi contro lo stato di Israele, diffondendo analisi e informazioni menzognere su sionismo, nazismo e su presunte forme di apartheid da parte degli israeliani. Il tutto nell’indifferenza generale”. A oggi, il rettore Ajani è ancora “non pervenuto” rispetto alle richieste di mettere un freno all’ostracismo accademico antisraeliano nel suo ateneo. E mentre il “sessismo” costituisce un reato d’opinione, sull’antisionismo l’università italiana in teoria si è impegnata fattivamente.

  

L’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), l’organizzazione intergovernativa composta da 31 paesi, a giugno ha tenuto una delle sue due riunioni plenarie annuali proprio a Roma e per il 2018 è proprio la delegazione italiana, che fa capo al nostro ministero dell’Istruzione, ad avere la presidenza, guidata dall’ambasciatore Sandro De Bernardin. Ora, la definizione ufficiale di antisemitismo dell’Ihra, fatta salva la critica a Israele, prevede “manifestazioni che prendono di mira collettivamente lo stato ebraico”. Il boicottaggio rientra fra queste. O forse il “reato” di sessismo è più grave dell’antisionismo accademico, e se per il primo vigono censura e serrata dei ranghi, per il secondo valgono la libertà di espressione e l’accondiscendenza dei baroni?

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.