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Vedi l’Aquila e poi rinasci

Racconto d’autore di una “mezza maratona del jazz” di fine estate. Tra antiche fontane e cento gru che annunciano la smart city che verrà. Bellezza, musica e un paese migliore

30 Settembre 2018 alle 06:10

Vedi l’Aquila e poi rinasci

Dal sisma del 2009, lo skyline dell'Aquila è contraddistinto da decine di gru impegnate nella complessa opera di ricostruzione (Foto LaPresse)

In effetti è molto jazz, ha una pianta a trapezio e nemmeno un angolo retto e quel suono così speciale, come migliaia di piccole cascate, eppure l’acqua è sempre acqua e chissà fin dove era andato a prenderla quel Tancredi da Pentima, è stato lui alla fine de Duecento a progettare la fontana delle 99 cannelle e la sorgente non la conosce nessuno perché dopo la costruzione fu ucciso per mantenere il segreto. Da allora non si è più fermata, ci venivano i cavalieri di ritorno dalle crociate e si purificavano qui prima di entrare in città e ogni anno ci passo anch’io, più modestamente di ritorno dalle vacanze, sono qui per il jazz italiano per le terre del sisma e ogni volta, di fronte a tutta questa bellezza, penso che qui ci potrei morire. In realtà è il posto giusto per pomiciare, c’è un punto dove il suono si annulla e infatti l’anno scorso mi ci sono imboscato per un’oretta ed era bello baciarsi in quello strano silenzio perché se n’erano andati tutti e pure Peppe Servillo e il suo quartetto e il sindaco e il ministro e il folto pubblico del concerto di apertura ed eravamo rimasti in due perché tutti ormai erano sparsi in centro storico attorno ai palchi che ogni anno portano note e colori in città.

  

Alla fontana delle 99 cannelle ci venivano i cavalieri di ritorno dalle crociate prima di entrare in città. In realtà è il posto giusto per pomiciare

Da bambino AQ era la mia targa preferita, quella che non vedi mai e infatti valeva dieci punti, ben più di un albero di Natale nelle gare con mia sorella Valentina. In paese ce l’aveva soltanto il padre di un mio compagno di squola, veniva da Avezzano e a settembre ci portava certe patate viola del Fucino che a vederle sembravano avvelenate e invece al forno erano una favola. L’Aquila l’ho scoperta ben prima del sisma a causa dell’inerzia della Regione Abruzzo, un permesso fermo da sette anni e gli uffici che non rispondono, facevo certe passeggiate tra un funzionario e l’altro e solo per reclamare i nostri diritti, il solito film sull’uccisione delle imprese e senza ancora Giggino sui titoli di coda. Da quattro anni ci vengo più spesso, tutta colpa di Paolo Fresu e degli amici del jazz italiano, lavoriamo insieme a una giornata che porta i riflettori sulla città e soprattutto accende gli spiriti dei residenti e ce n’è bisogno perché dopo il sisma i residenti sono andati a vivere fuori, le casette del Cav. non sono male ma dopo dieci anni vorresti pure tornare a casa. Noi possiamo portare al massimo il buonumore e una raccolta di fondi per costruire il nuovo teatro di Amatrice e concerti in luoghi che nessuno conosce e infatti gli spettatori strabuzzano gli occhi a vedere i palazzi restaurati perché la cultura è il nostro petrolio, l’han detto tutti in campagna elettorale e noi ci crediamo e aspettiamo che il governo da un giorno all’altro raddoppi i fondi al ministero dei Beni culturali, poco più di due miliardi, mezzo punto d’Iva, non sarebbe un gioco da ragazzi ministro Tria?

  

La pala di Andrea della Robbia, ci sono gli angeli musicanti che volano nel cielo blu. Così bianchi che sembrano nuvole sonore 

Ci spero un sacco perché sono coinvolto e dunque in conflitto di interessi, se non fosse che sono stato qui, a fine agosto, da volontario, e ci mancherebbe altro, tanto all’Aquila le soddisfazioni non mancano. Appena arrivo in centro mi regalo un Americano allo Straccale, ne fanno una versione con genziana e ratafià, sono i gusti del posto, si chiama Remissio e fa subito Perdonanza. Basta un sorso e si spalanca la porta santa, come quella che ogni anno si apre a Collemaggio per merito di Pietro da Morrone aka Celestino V, l’asceta che fece costruire la Basilica e vi fu incoronato Papa nel 1294. Non avrebbe mai pensato all’elezione, andarono a pescarlo sui monti, stava in un eremo a pregare ed era già considerato un santo e poi il conclave era in stallo da 27 mesi, altro che contratto di governo. Il “gran rifiuto” della Commedia me lo ricordo bene ma Dante aveva un filo esagerato, se si è dimesso è perché a Roma non si trovava bene e quando Ratzinger ha portato qui il suo pallio, si doveva intuire che pure lui si sarebbe dimesso. Intanto Celestino ci ha lasciato Collemaggio, ci vado a fare jogging all’alba, il risveglio è tosto ma col sole è vera una meraviglia e quel rosone che è il simbolo della città, l’avevamo messo sulle magliette e l’assessore sugli orecchini e poi c’è quel disegno di croci sulla facciata che lascia senza fiato e davanti c’è un prato verde e soffice e infinito che nemmeno all’alpeggio di Heidi, il mio cartone preferito di sempre. La sigla di Cristina D’Avena era stupenda, ho sempre quel 45 giri in borsa e ovviamente l’ho suonato quattro anni fa, era la prima edizione e non sapevamo ancora come sarebbe andata e la sera prima, tanto per stemperare la tensione, avevo messo qualche disco in Piazza Chiarino, praticamente i soliti riempipista, Etta James, Sam Cooke, James Brown, Aretha Franklin e ovviamente Françoise Hardy e a un certo punto tutta la piazza ballava e pure Gianni, Adina, Luciano, Paola e Battista e allora o il dj era un drago o c’era una gran voglia di liberarsi.

  

La risposta arrivò il giorno dopo con un fiume di sessantamila persone. Sulla scalinata San Bernardino, per il quintetto di Paolo Fresu, c’era un delirio di gente ovunque, sembravano gli anni Settanta, una cosa da non credere e dopo tre anni siamo ancora qui, con cinquecento musicisti arrivati da tutta Italia e un centro storico da far rivivere. In verità qualcuno non se n’è mai andato, come Ninetto Nurzia della famiglia che dal 1835 produce il famoso torrone morbido al cioccolato, ne provi un angolo e finisci tutta la confezione e meno male che stamattina sono andato a correre perché ieri ho provato anche la crema alle nocciole, una specie di Nutella a tre stelle Michelin da cui staccarsi è impossibile. Negli ultimi sei mesi sono tornati in molti, ho contato ventidue negozi nuovi mentre tornavo col fiatone verso l’albergo. Si respira un’aria diversa e c’è pure un sindaco eletto da poco, Pierluigi Biondi e il progetto gli piace e vuole farne il trampolino culturale di una città che lascia il terremoto alle spalle. Ha ragione lui, anch’io all’Aquila mi sento proiettato nel futuro, siamo nel cantiere più grande d’Europa e se le gru sono il simbolo del progresso, qui arrivi e ne vedi cento. Lavorano tutte su edifici storici, ristrutturati a meraviglia e poi lo smart tunnel è stata un’idea fantastica perché guarda avanti, mica sono stati a calcolare il rapporto costi-benefici, l’hanno fatto e basta, con la fibra dappertutto sarà la città più connessa in Italia e un giorno potrei pure venirci a vivere e non avrei nemmeno un dubbio se in quanto a bellezza e adrenalina i giorni fossero tutti come questo.

  

Tutta colpa di Paolo Fresu e degli amici del jazz italiano. Gente ovunque, sembravano gli anni 70. Dopo tre anni siamo ancora qui 

Non ho manco finito il caffè che mi arriva una telefonata, il pullman dei 100Cellos di Giovanni Sollima si è rotto sotto il traforo Gran Sasso, proprio a metà della terza galleria più lunga d’Italia, che fortuna, è il concerto di apertura e tocca a me farli arrivare in San Bernardino e allora con Giulia, Paola ed Enrico ci dividiamo i compiti, arriva il primo bus, ne scarica cinquanta e torna a prendere gli altri e molti sono bambini, partiamo in fila indiana e mi seguono a piedi coi violoncelli come in quel film di Kusturica, questo ritardo non ci voleva, dobbiamo incastrarci tra due messe e per fortuna Padre Daniele è comprensivo o forse è solo francescano, la navata è piena e il pubblico è impaziente, c’è una tensione che si taglia col coltello ma quando parte la Sarabanda di Händel è come una scossa che fa venire le lacrime, è una vorticosa danza d’amore e mica posso mettermi a piangere davanti a tutti e allora esco dalla basilica a prendere una boccata d’aria. Rientro dopo dieci minuti e cerco un po’ di pace davanti alla pala di Andrea della Robbia, è la mia preferita della storia dell’arte, ci sono gli angeli musicanti che volano nel cielo blu e così bianchi che sembrano nuvole sonore e certo sono soltanto in sedici ma l’effetto è potente soprattutto quando Sollima attacca l’inno del Sudafrica, me lo ricordo bene Nelson Mandela in tribuna con la maglia verde quando gli Springboks hanno vinto i Mondiali di rugby, perché quella era stata la vera fine dell’apartheid.

    

Lo smart tunnel è stata un’idea fantastica perché guarda avanti, mica sono stati a calcolare il rapporto costi-benefici, l’hanno fatto e basta

Dopo un’ora siamo davanti alla Casa dello studente e stavolta tocca a me il discorso prima del concerto di Joe Barbieri e sul palco ritrovo Antonietta Centofanti, suo nipote Davide oggi sarebbe ingegnere e di certo avrebbe un lavoro, la sua vita non si può ricostruire ma noi siamo qui per raccontare un futuro possibile e applaudono in seicento, il concerto è bello e dopo mi prendo una pausa per fare due passi con Ninni Cutaia, è il capoccia dello spettacolo al ministero ed è sensibile e interessato e avrei mille cose da raccontargli ma appena mi rilasso arriva una bomba d’acqua e allora corro a dare una mano agli altri. In un attimo sono fradicio da capo a piedi ma so bene che ce la possiamo fare, non siamo un’opera all’aperto e nemmeno un concerto pop, il jazz è improvvisazione e siamo qui per fare musica nei palazzi, nelle chiese, per le strade, perché ce lo chiedono i cittadini e allora spostiamo i gruppi sotto i portici e copriamo i pianoforti e facciamo partire le marching band sotto la pioggia, è un attimo perché torna subito il sole e poi di nuovo l’acqua e allora giù altre telefonate e corse da un capo all’altro della città. L’importante è avere teli pronti dappertutto, come a Wimbledon, due gocce e li tiriamo, senza tregua, al tramonto i concerti sono tutti salvi, erano sessanta e non è stato uno scherzo, una organizzazione perfetta e ci credo, guardo il contapassi e segna ventuno chilometri e allora ha ragione Enrico, questa è la mezza maratona del jazz italiano ma a forza di risolvere intoppi non ho ascoltato una nota e allora mi regalo il solo di Gianni Coscia a Palazzo Ciolina, di fisarmoniche così non ne nascono più, ottantasette anni di musiche e leggende, suo cugino Aristide Coscia detto “il bolide” era un mito del pallone, vinse lo scudetto con la Roma nel 1942 ed è l’unico calciatore che in tutta la vita non ha mai sbagliato un rigore. Mi aspettano all’Emiciclo ma resto un attimo per il quartetto di Gabriele Boggio Ferraris, suona il jazz che piace a me, quando spariscono le melodie e trionfa la libertà, alcuni lo prendono per rumore, una volta un Sindaco era venuto a chiedermi “quando iniziano?” e invece era il momento più intenso del concerto e anche qui è la stessa cosa, è una musica libera e tellurica, di dialogo e di contrasto, oggettiva e senza fronzoli, è una musica che detesta gli slogan, insomma è una musica fogliante.

  

Non c’è tempo nemmeno per cenare, devo consegnare una targa sul palco principale e la scaletta è intensa e seguono altri gruppi fin oltre mezzanotte quando arriva Cesare dell’Anna con Opa Cupa, fanno musica balcanica e l’Emiciclo è ideale per chiudere in festa, ci hanno speso un patrimonio per rimetterlo a posto, è tutto poggiato su isolatori sismici, proprio come fanno in Giappone ed è il simbolo di una città che rinasce. Il colonnato ricorda l’abbraccio di San Pietro, dentro invece c’è un buffet che non mi sfiora perché passo tutto il tempo davanti ai ritratti di Francesco Paolo Michetti, ci sono la giovane modella, la nobildonna, la devota, la vecchia contadina, Rosaria, la giovane con orecchino e poi Fioralba che somiglia a quei volti dolenti di Kathe Kollwitz, anzi ci somigliano tutte, sembravano soccombere ma invece hanno vinto loro, alla fine l’Italia s’è fatta e certo si poteva fare meglio ma non importa. Torno fuori e dietro le transenne trovo Antonietta, le offro un bicchiere e la vedo felice, ognuno ha qualcosa da dimenticare e nel mio piccolo anch’io, le vacanze sono finite e domani si ritorna in ufficio e allora una preghiera stavolta la scrivo io ed è proprio per Celestino: prenditi cura di noi e fai in modo che la ripresa non si arresti e abbassa lo spread e raddoppia i contributi alla cultura, per il resto accetto tutto, tanto mi sono riempito il baule di torrone morbido al cioccolato e mi basta un boccone per guardarmi intorno e vedere sempre un paese migliore.

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