L’arte di successo costa molto e non c’entra nulla con le mansarde bohémien

Camillo Langone

"Non condivido l’estetica tardo-romantica che vuole l’artista nella soffitta dove piove dentro”, mi risponde Luca Pignatelli per dire come si trova a suo agio nella Top500 Contemporary di ArtPrice, insomma il gotha dell’arte contemporanea secondo aste e investitori. Di questa lunga lista lussuosa ha scritto Paolo Manazza sul Corriere: “Dopo la consacrazione dei maestri storici del primo Novecento e la forte attività speculativa sul secondo Novecento, ora è diventato imperativo dare spazio alla ricerca. Come se il business si rendesse conto che per sopravvivere deve coltivare nuovi talenti”. Fossi stato nel grande esperto di aste mi sarei ben guardato dal parlare di “nuovi talenti”, siccome fra i 500 di ArtPrice ci sono degli ultrasettantenni e perfino dei defunti, però il senso è giusto: mentre le masse italiane ancora affollano qualsiasi mostra contenga un Warhol o un Fontana o uno Chagall, le élite straniere sono attirate da proposte leggermente più fresche.

 


Foto LaPresse


  

Avverto subito che a livello mondiale l’arte italiana è ormai messa malissimo: nella Top500 i nostri sono appena 12, un misero 2,4 per cento del totale. In realtà sono pure di meno perché due (i valorosi Salvo e De Dominicis) ci hanno lasciato anzitempo, uno è italiano per modo di dire (chiamandosi Rudolf Stingel, essendo nato germanofono a Merano, offendendosi se viene definito altoatesino, vivendo a New York), vari altri sono vivi più fisicamente che artisticamente, impegnati a ripetere fino allo sfinimento gli stilemi dell’ormai lontana giovinezza. Il più vitale della dozzina mi risulta essere Luca Pignatelli (Milano 1962), di cui continuo a scrivere anche il nome per non confonderlo con Ercole Pignatelli (Lecce 1935), il padre. In questa dinastia artistica il vigore è un fatto genetico e me ne sono accorto già dalla prima telefonata del genitore: la stessa positività, la stessa curiosità, la stessa irrequietezza del figlio, però in un uomo di oltre ottant’anni. Tipi svegli questi Pignatelli, pensai, e poi feci impietosi confronti con certi pittori bravissimi e però lenti e pessimisti, dunque ai margini di un mercato che è perfino più impaziente e insofferente di me. Mentre i tipi svegli al posto delle soffitte bohémien dispongono di grandi studi milanesi e ville sul Lario e in Salento.

 

Con Luca ho mangiato in buoni ristoranti, ho bevuto ottimi Barbareschi, ho viaggiato in Jaguar. Chi pensa siano dettagli ininfluenti è un ingenuo.

 

L’altro mese il sommo ritrattista Enrico Robusti mi diceva quanto sia stato importante per la sua carriera, e per le sue quotazioni, il modo di presentarsi ai personaggi da ritrarre, per il solito grandi imprenditori, grandi avvocati, grandi notai. A un appuntamento con un professionista bisogna andare vestiti da professionista. Altro che scapigliatura: un artista non deve mostrarsi con le scarpe sfondate e il cappello in mano, non deve dare l’impressione del bisogno, dell’affitto da pagare, dei pargoli da sfamare. Deve porsi alla pari altrimenti l’incontro rischia di diventare un dramma classista, col ricco (sì, stiamo parlando di ricchi, o almeno di benestanti) che al poveretto visibilmente ansioso di vendere la propria tela non offrirà molto più di un'elemosina. Niente di nuovo sotto il sole, i grandi artisti hanno sempre capito l’importanza dello status, della dignità: Tiziano viveva come un principe e amava autoritrarsi tutto impellicciato mentre, più vicino a noi, Jeff Koons si è sempre vestito da quel ricco uomo d'affari che in effetti è.

 

Le dimensioni degli studi contano anche dal punto di vista squisitamente artistico. Luca Pignatelli mi ha risposto da Pietrasanta (mai che risponda da Marina di Massa, nemmeno per sbaglio) dove fino a venerdì espone alla Galleria Poggiali un quadro 270x250 centimetri. Il prossimo appuntamento è fissato a Ravenna, Biblioteca Classense, dove dal 23 settembre esporrà un inchiostro su tappeto persiano, opera che sublima l’incontro-scontro oriente-occidente (quasi un Samuel Huntington bidimensionale) e che è alta 4 metri. Si capisce che non sono lavori realizzabili nei sottoscala, nelle mansarde tanto care all’immaginario pittorico-pauperista. “Forse oggi, per dire qualcosa di importante con la pittura, bisogna dipingere quadri di grandi dimensioni” ha detto recentemente David Hockney, e lo aveva già intuito Mark Rothko. Forse oggi per dire qualcosa di importante con l’arte bisogna costare molto ed essere nella Top500 di ArtPrice.

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