“The Incendiaries” racconta l’amore e la violenza, la stessa grammatica dell’estremismo

Giulia Pompili

Roma. “Ho chiesto: cosa posso fare. Starò bene, ha risposto. Ed è andata a letto. Non è che non credessi a Phoebe, ma pensavo che se avesse voluto stare da sola avrei dovuto farmi gli affari miei. Lei e Liesl non sono mai stati così vicini. Durante l’ultimo incontro alla Jejah, ho alzato lo sguardo e ho visto Phoebe parlare piano con John Leal, piangendo. Si è portata una mano sulla bocca, quasi coprendola completamente. Lui le teneva il mento, e l’ha tirato a sé fino a costringerla a guardarlo negli occhi”. L’amore, il fondamentalismo e l’ideologia hanno la stessa radice. E’ questo quello che resta del primo romanzo di R.O. Kwon, trentacinquenne nata in Corea del sud e cresciuta negli Stati Uniti, che ha pubblicato in America qualche mese fa “The Incendiaries”, in uscita in questi giorni in Europa per la casa editrice inglese femminile Virago.

 

A parlare in quell’estratto del capitolo 22 è Will Kendall – ogni capitolo ha diversi punti di vista, per ognuno dei personaggi – il cui fuoco si accende per Phoebe, incontrata nel college che frequentano entrambi. Il fuoco, appunto, è la chiave di tutto, come ha spiegato la stessa Kwon a Elle: “E’ una parola ricca di interpretazioni. Gli Incendiaries sono ovviamente esplosivi, hanno a che fare con il fuoco. Ma quello che mi piace è che, per me, un incendiario può anche essere coinvolto nell’incitare gli altri all’azione. E’ una parola che ha a che fare con la passione. I cristiani spesso dicono di essere on fire per Dio”.

  
Will guarda Phoebe allontanarsi sempre di più, e avvicinarsi a John Leal, capo di una setta religiosa del college, la Jejah. John Leal è cresciuto al confine con la Cina, aiutando i nordcoreani a fuggire dalla Corea del nord. Poi, però, un giorno viene stato arrestato dalle autorità di Pyongyang, e si fa alcuni mesi in un campo di prigionia, torturato e costretto ad assistere a violenze inimmaginabili. Nella parte della sua vita che somiglia a un incubo, all’interno del gulag, una donna incinta – una mezza straniera, “da evitare come l’inquinamento”, secondo l’ideologia nordcoreana – viene lasciata morire insieme con il bambino che porta in grembo, nonostante il tentativo di John di aiutarli. Anni dopo, tornato in America, John crea un gruppo di preghiera nel college e si prende cura di Phoebe, che voleva diventare una pianista come avrebbe voluto sua madre, ma dopo la sua morte non riesce a uscire da quel lutto.

 

Il romanzo inizia con un’esplosione in un centro dove si effettuano aborti: un attentato. Phoebe sparisce e Will, in fire per lei, cerca risposte ovunque, e cerca di capire se quel gruppo di preghiera, nel frattempo, si sia davvero trasformato in un gruppo fondamentalista, capace di gesti violenti. Ognuno in questo romanzo ha il proprio lutto da elaborare. Mentre controlla tutti i libri di Phoebe, tutti sottolineati fino a un certo punto, Will ricorda quando – dopo la morte della madre – le domanda perché ha smesso di leggere, e lei risponde: perché ho perso interesse. “Penso che dovresti andare a parlare con qualcuno, ho detto. Ma parlo fin troppo, ha detto lei, abbozzando un sorriso. Forse, beh, un terapista”.

 

“Sono un’immigrata, dice Phoebe. Gli immigrati non credono ai terapisti. I coreani che conosco ti giudicherebbero perché penserebbero che la tua volontà ha fallito, il tipo di cosa che succede con le altre etnie: è come essere pigri, o pessimi figli. Penso che un terapista potrebbe aiutarti, ho detto. Se devo essere onesta, ha detto lei, non capisco il problema. Per me è così. Capisco che le persone possono trovarlo utile, ma ok, poniamo che io desideri che mia madre non sia morta. Non c’è bisogno di analizzarlo, no?”. Le sette religiose, che sono una piaga sociale in Asia orientale, lavorano riempendo i vuoti di ognuno di noi. Sono gli stessi vuoti che, spesso, riempie l’amore.

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