L’uomo davvero liberato. I "Miserabili" di Hugo e il destino dell'umano

Davide Prosperi

Questa mattina alle ore 11.30 presso il Salone Intesa Sanpaolo A3 della Fiera di Rimini, lo scrittore e giornalista Luca Doninelli e Davide Prosperi dialogheranno sul capolavoro di Victor Hugo, “I Miserabili”. Pubblichiamo in anteprima l’intervento di Prosperi. Dall’opera dello scrittore francese, Doninelli ha realizzato un adattamento teatrale. “E’ impossibile capire come possa essere stata scritta”, ha detto di recente.

 


 

Parafrasando il “non l’ho letto e non mi piace” di Vanni Scheiwiller, della riduzione teatrale de “I Miserabili” di Luca Doninelli e Franco Branciaroli dico: non l’ho vista e già mi piace.

 

Sono un lettore dilettante né scrittore né artista. Professionalmente mi occupo di biochimica. Se oso contribuire oggi alla presentazione di questo audace tentativo di portare in scena il capolavoro di Victor Hugo è solo per due motivi. Il primo per l’amicizia ritrovata con Luca Doninelli, già mio professore di filosofia, il quale, venuto a conoscenza della mia passione per questo romanzo, mi ha invitato a dialogarne con lui. Il secondo è all’origine del fascino che I Miserabili hanno esercitato su di me, trattandosi del mio incontro con l’esperienza cristiana attraverso il carisma di don Luigi Giussani.

 


Un momento dell'incontro su "I Miserabili" al Meeting di Rimini


  

So che Hugo non intendeva rappresentare un romanzo a sfondo religioso, né suggerire rimandi allegorici a una lettura di ispirazione cristiana. In un suo scritto commenta infatti che il suo intento fosse quello di rappresentare il popolo, perseguitato ma generosamente buono; tanto è vero che il romanzo conobbe immediatamente una fortuna straordinaria proprio nella povera gente. “Il destino e in particolare la vita, il tempo e in particolare il secolo, l’uomo e in particolare il popolo, Dio e in particolare il mondo, ecco quello che ho cercato di mettere in questo libro”. Un romanzo storico, politico e sociale. Ma la grande opera supera di gran lunga gli intendimenti dell’autore e arriva a toccare le corde più profonde del cuore di chi vi si accosta, secondo la propria condizione esistenziale. La grandezza dei Miserabili, ben più in là degli scopi dichiarati da Hugo, è che descrive l’uomo, l’umano nel suo livello più essenziale e vero, come desiderio di bene, di bellezza, di verità, desiderio di amare ed essere amati gratuitamente e infinitamente, come destino che non ha fine. Questo io l’ho imparato nell’incontro con un uomo e nell’appartenenza alla storia particolare che da quell’incontro è cominciata.

 

Hugo non voleva rappresentare un romanzo a sfondo religioso, né suggerire rimandi allegorici a una lettura di ispirazione cristiana

Il perdono del vescovo Myriel raffigura il mistero della misericordia di Cristo: non si tratta appena di lasciar correre, non lo commisera

Tutto ciò mi fa essere in disaccordo a priori, pur non avendo avuto ancora la possibilità di vedere lo spettacolo, con le critiche mossegli da qualche commentatore. Il punto fondamentale della critica risiede nella scelta del romanzo stesso, considerato datato e superato, inutilmente enfatico, tendenzioso eccetera. Nulla di nuovo, già alla pubblicazione dei Miserabili, Hugo incontrò il giudizio duro da parte di suoi illustri colleghi, Flaubert, Rimbaud e Baudelaire, ad esempio.

 

Da questo giudizio mi sento estremamente distante. Ritengo infatti che questo romanzo, così come i vari tentativi di riduzione attualizzante a partire dai musical degli anni Ottanta fino alla recente versione cinematografica di Tom Hooper con Hugh Jackman e Anne Hathaway, sia altresì decisamente “moderno”, cioè totalmente pertinente alle vicende dell’uomo di oggi. Il successo non è sempre segno di qualità, ma credo non sia insignificante il fatto che il musical, scritto e musicato da due sconosciuti nel 1980 a Parigi, sia stato tradotto e rimusicato prima in inglese e poi in altre venti lingue e rappresentato in quarantadue paesi. La versione inglese viene ininterrottamente rappresentata dal 1985 nel West End londinese, e a partire dal 1987 a Broadway, dove si è aggiudicato otto Tony Awards. Ma al di là dei numeri, è il suo contenuto a renderlo attuale.

 

Il protagonista dell’opera è indiscutibilmente Jean Valjean, le cui vicende umane attraversano quelle di un’epoca storica di grandi cambiamenti, in una Francia che vuole risorgere dalle ceneri del suo passato inseguendo il mito della piena libertà. Ma Jean Valjean non è solo Jean Valjean, egli rappresenta molto di più, incarna l’uomo in tutta la sua bassezza e in tutta la sua altezza, lui è il titolo del romanzo: miserabile.

 

Nella prefazione, lo stesso Hugo descrive la condizione umana del popolo: “L’abbrutimento dell’uomo per colpa dell’indigenza, l’avvilimento della donna per colpa della fame e l’atrofia del fanciullo per colpa delle tenebre”. Questi sono i miserabili. Ma quando ti è tolto tutto, perfino la dignità, resta qualcosa? A vedere altri personaggi della storia, ad esempio i coniugi Thénardier, la tentazione della risposta è “proprio nulla!”. L’uomo brancola nel fango alla ricerca spasmodica di qualche briciola per sfamare le sue esigenze elementari al pari di qualsiasi animale, ma con l’unico elemento di superiorità definito dalla sua spiccata capacità di fare del male per raggiungere i suoi scopi, giustificandosi per questo con la sua miserabile condizione della quale non si sente colpevole ma vittima.

 

Ma se ognuno di noi potenzialmente è così, allora viene da chiedersi: dov’è dunque l’uomo? Io credo che non vi sia domanda più inesorabile, quindi universale, di questa. Specialmente nel tempo in cui viviamo.

 

Hugo, attraverso la vicenda umana di Jean Valjean e degli altri miserabili che si incontrano nel suo romanzo, tenta coraggiosamente di rispondere a questa domanda senza girarci troppo intorno.

 

Lo dico sulla base, oltre che del romanzo, della sua riduzione moderna ben nota ai più, quella del musical. La struttura del musical, sebbene incapace di rendere l’articolata complessità delle descrizioni dei personaggi e dei luoghi, ha un vantaggio: la possibilità di favorire nello spettatore il riconoscimento di nessi tra scene lontane, stabilendo ponti tra situazioni molto diverse riproducendo arie musicali simili se non identiche.

 

Dunque, chi è Jean Valjean? Un detenuto ai lavori forzati. Un uomo neanche più sicuro di essere ancora tale, bensì un numero: 24601. Ciò che definisce chi o cosa lui sia è un numero in mezzo a una moltitudine di altri numeri che insieme a lui conducono una vita inutile, senza senso né attesa, la cui esistenza si dipana ai margini di una società ignara o indifferente ai loro drammi umani. Valjean, incalzato dal suo carceriere, l’ispettore Javert, suo implacabile tormento per quasi tutta la vita, è costretto a trascinare la pesantissima asta che regge la bandiera di Francia impregnata di fango, quel fango nel quale la Francia stessa sembra essere sprofondata avendo divorato i suoi figli. Questi è Jean Valjean: un galeotto dotato di una forza straordinaria, forza che a Javert rimarrà ben impressa nella memoria… Da dove gli viene?

 

C’è un attimo in cui i due si guardano: nello sguardo di Javert indoviniamo il beffardo compiacimento e l’orgoglio di chi sa che non scenderà mai così in basso, perché lui è diverso e lo sarà sempre: non c’è redenzione per 24601 e quindi non può esserci perdono. Negli occhi del carcerato brucia il fuoco dell’odio e del rancore. Proprio quest’odio e la sete di vendetta sono la fiamma che innesca l’energia sprigionata dalla sua forza eccezionale. Perché Valjean ha rubato, questo è un fatto, ma non si sente colpevole. Non si era sentito colpevole mentre rubava, a causa dell’indigenza, ma tantomeno si sente in debito ora verso la sua patria che con rabbia trascina nel fango: ha scontato diciannove anni di carcere per aver rubato un tozzo di pane per la sorella e i figli di lei, ai quali si trovò a dover provvedere già da ragazzo. La sua spaventosa forza, dunque, materializza l’impeto della sua collera, collera per quei diciannove anni di cui è stato derubato nell’indifferenza di tutti e che non torneranno più. E’ entrato a ventisette anni, ora ne ha quarantasei. E si tratta di una collera tanto ardente e potenzialmente devastante quanto grande è la sua statura fisica, ma ancor più la sua anima, sebbene nessuno, neppure lui, ancora lo sa. Perché c’è una grandezza nascosta nell’uomo, in ogni uomo, impronta a fuoco dell’amore di chi l’ha voluto, che può e deve manifestarsi quando sarà risvegliata.

 

Valjean incarna lo spirito del suo tempo e forse non meno quello del nostro: nella sua forza arde il sentimento compresso di ingiustizia e rivalsa di una generazione intera. Come lui, saranno altri uomini feriti dall’ingiustizia del mondo, dello stato, della legge, della società, i giovani Marius, Enjoras, Courfeyrac e il piccolo Gavroche, ignaro martire di una guerra assurda, a issare le barricate nelle strade di Parigi, pronti a versare il loro sangue al grido di “liberté, egalité, fraternité!”.

 

Ma a differenza di questi, nella sua vita accade una svolta inattesa, proprio mentre è intento a dar seguito alla bassa immagine di sé. Eppure è proprio in questo incontro imprevisto che trova un senso il grido disperato dei giovani rivoltosi che perderanno la vita poco dopo: “Innalziamo la bandiera della libertà, ogni uomo sarà un re!”. Ma paradossalmente solo in Valjean si avvererà questo sogno. Lui è l’uomo davvero liberato, l’uomo che, da schiavo che era, diventerà grande come un re.

 

Valjean esce di prigione per un’amnistia. Non ha nulla. Ha pagato, è vero. Ma la sua condanna è nello sguardo impietoso di Javert, il suo errore non può essere cancellato: è e sarà sempre un delinquente. Lui è 24601 e non potrà mai essere altro. E così sembra in effetti. Nel suo vagare, incontra il vescovo Myriel che lo accoglie nella sua casa dandogli tutto quello di cui ha bisogno, ma Valjean non resiste alla tentazione. Di notte ruba l’argenteria e fugge, ma viene catturato dai gendarmi e riportato dal vescovo. Qui accade l’inimmaginabile che cambierà la sua vita e il corso degli eventi: il vescovo non solo conferma di avergli donato l’argenteria, ma gli rimprovera di aver dimenticato il dono più prezioso: due candelabri d’argento, che da soli valgono più di tutto quel che Valjean aveva preso. Myriel non si limita a trasformare l’argento rubato in dono, gli offre addirittura di più. Valjean è sbalordito. Con un gesto impensabile, egli non è semplicemente liberato dalla sua colpa, riceve in dono da Myriel la scoperta di una libertà ben più grande della semplice assoluzione, una libertà che supera la sua comprensione umana. Una libertà che è figlia della gratuità. In Myriel Valjean incontra la vera libertà, una libertà a tal punto sovrana da riuscire a trasformare l’ingiustizia subita in uno strumento del proprio affermarsi. Le sorgenti dell’odio che lo tenevano incatenato anche fuori di prigione sono prosciugate. Valjean è libero, libero come colui che può donarsi senza calcolo, perché senza limite si riconosce amato. Non a caso Valjean non si priverà più dei candelabri perché in essi è come custodito il mistero dell’evento che da miserabile l’ha trasformato in re.

 

E’ noto che Hugo non si riconoscesse cattolico quando scrisse il romanzo, eppure non si può non cogliere un’analogia, altrimenti incomprensibile senza riferimento a un’esperienza cristiana. C’è una corrispondenza segreta tra la situazione di Valjean e quella del vescovo dopo il furto. Entrambi sono stati “derubati”. Ma Myriel non si vendica, anzi si dona, pur senza cancellare l’ingiustizia subita: dona liberamente a Valjean quello che questi gli aveva sottratto con l’inganno. Non si può comprendere il cambiamento dell’umano che ne deriva senza osservare che colui che Valjean incontra veramente attraverso Myriel è Cristo stesso. Il gesto di Cristo che si consegna alla croce e alla lancia romana in perfetta libertà, apparentemente dandola vinta all’ingiusta mano del carnefice, riverbera nell’azione virile del vescovo, secondo una logica che eccede la misura umana. Il sangue di Gesù che fluisce copioso dal suo costato diviene dono, segno dell’inarrestabile potenza dell’Amore, più grande del male e dell’ingiustizia subita. Questo è ciò che conquista il cuore di Valjean. Il perdono (per-dono, un dono incommensurabile) di Myriel raffigura il mistero della misericordia di Cristo: non si tratta appena di lasciar correre, non lo commisera. Myriel crede nel potere sovrano della Grazia, che innalza il miserabile, e perciò scommette su di lui come se non fosse mai caduto. E’ l’Amore che libera l’uomo dal suo male pagandone il riscatto col proprio sangue. Questa è la misericordia cristiana: non basta ristabilire l’equilibrio con la restituzione del maltolto, occorre che qualcuno paghi il riscatto del peccato che ha generato il gesto malvagio. La misericordia è un totale disequilibrio. Perciò Myriel non può limitarsi a fargliela passare liscia, ma aggiunge i candelabri d’argento. Deve pagare lui. E infatti, in forza di questo riscatto può affidargli un compito: “Ma ricordati, fratello mio, vedi in questo un progetto più grande: devi usare questo prezioso argento per diventare un uomo onesto. Dalla testimonianza dei martiri, dalla passione e dal sangue, Dio ti ha elevato dalle tenebre, ha salvato la tua anima”.

 

E Valjean risponderà. Tutto il resto dell’opera documenta il cambiamento che matura come frutto del seme gettato dal gesto del vescovo nel suo cuore. Il frutto ha la stessa natura del seme: una vita piena di gratuità, secondo quella logica incomprensibile al mondo, e che tuttavia corrisponde alla vera misura per cui ogni uomo è fatto.

 

Ma in questo sviluppo straordinario della vicenda c’è un altro aspetto che mi colpisce. Il cambiamento di Valjean non avviene con un colpo di bacchetta magica. C’è sì una decisione radicale all’origine, ma l’autocoscienza nuova che ne deriva in lui si costituisce progressivamente grazie alla testimonianza grande di persone semplici che gli confermano l’eccezionalità umana di una vita spesa per un amore gratuito. La povera Fantine su tutti, una ragazza madre costretta a prostituirsi per mantenere la figlia presso due spietati aguzzini, i Thénardier; un niente che attraversa per un momento l’esistenza di Valjean ma che la segnerà a tal punto da determinarne le scelte future, decidendo sul letto di morte di lei di prendersi carico della figlia amandola come fosse sua. Tra l’altro, l’episodio di Fantine che viene arrestata per aver reagito alle beffe di un benestante avventore che le infila una manciata di neve gelida nella scollatura del vestito logoro corrisponde a un episodio realmente accaduto nel quale lo stesso Hugo, dopo aver assistito alla scena, testimoniò in favore di una prostituta ottenendone la scarcerazione.

 

E poi Eponine, figlia dei Thénardier, che non esiterà a sacrificare la sua vita sulle barricate per amore di Marius, pur sapendolo innamorato di Cosette, la figlia di Fantine. Insomma, quando l’esistenza dell’uomo è investita da questo Amore/gratuità, diventa facile riconoscerne i tratti dovunque esso accada e attaccarvisi per non perdere se stessi.

Jean Valjean, il protagonista, incarna l’uomo in tutta la sua bassezza e in tutta la sua altezza: lui è il titolo del romanzo, il miserabile

Javert ha una grandezza tragica: riconosce un Dio che identifica con un ordine perfetto con il quale la sua fede è infallibile coerenza

Il cambiamento, poi, è continuamente messo alla prova. Cito tre esempi.

 

Tempo fa sono stato invitato a una discussione con alcuni detenuti del carcere di Como dopo che avevano visto il film di Hooper. Mi ha sorpreso che la scena che ha li ha fatti più riflettere è quella in cui uno sconosciuto viene scambiato per Valjean e potrebbe essere condannato al suo posto. L’occasione è ghiotta: per lui sarebbe la definitiva liberazione dallo spauracchio del carcere da cui è fuggito nascondendosi per anni. Ma può egli tradire la sua nuova libertà? E’ possibile una vera libertà senza verità né giustizia? Che libertà sarebbe? Quello che ha incontrato Valjean ha un valore tale che è disposto ad assumerne le conseguenze, è un cambiamento ontologico non solo di facciata. Dopo una notte di tormento, si presenta ai giudici e riassume, questa volta liberamente, il nome e il numero che aveva rabbiosamente rigettati: “Io sono Jean Valjean. Io sono 24601”.

 

L’altro episodio è il soccorso al povero Fauchelavant, schiacciato da un carro che lo sta stritolando. Valjean assiste alla scena sotto lo sguardo indagatore di Javert e sa che un suo intervento potrebbe alimentare il sospetto dell’ex aguzzino: Javert ricordava bene la forza di Valjean ai lavori forzati… Tuttavia non esita, non soppesa. La musica che accompagna la scena, non a caso, è la stessa che all’inizio faceva da sottofondo all’erculea esibizione di Valjean: la forza violenta dell’astio di allora si è trasformata nella forza ancora più grande dell’amore che si dà senza calcolo.

 

Infine, terzo episodio, quando l’ispettore Javert cade improvvisamente nelle sue mani. Valjean è nuovamente posto di fronte all’alternativa tra due libertà: quella del mondo, che calcola, e quella della gratuità fino al sacrificio di sé. E ancora una volta sceglie per la seconda.

 

Un ultimo passaggio: la scena del tragico tormento di Javert prima del suicidio (sottolineata, curiosamente, da un nesso musicale con il tormento di Valjean nella notte in cui decide di arrendersi all’amore ricevuto). Qui si vede bene come l’esperienza della misericordia ricevuta non elimina il dramma della libertà, bensì lo amplifica: accettare la gratuità dell’amore altrui significa riconoscere di dipendere. Ne “L’attrattiva Gesù”, don Giussani dice che il culmine dell’amare è accettare di essere perdonati perché il perdono “picchia sul muso del nostro orgoglio, della nostra presunzione. Uno infatti vorrebbe essere amato perché vale. Ma se tu vuoi essere amato perché vali, allora non ami l’altro. Ami te stesso” e basta.

 

E’ forse proprio questo il problema dell’uomo moderno, il rifiuto della dipendenza. Valjean e Javert sono entrambi messi davanti alla gratuità. Uno si arrende e la abbraccia come compimento di sé. L’altro invece le resiste ostinatamente, tuttavia non potendo evitare di riconoscere una giustizia più grande, quella del nemico di tutta una vita. Javert è una figura con una sua grandezza tragica: riconosce un Dio che identifica con un ordine perfetto con il quale la sua fede è infallibile coerenza. Non può esserci amore perché l’amore è pieno di ferite. Incontrato di nuovo Valjean mentre questi sta portando in salvo Marius, Javert ha l’opportunità di chiudere finalmente la partita con lui. Eppure, per la prima volta, esita, sente qualcosa dentro di sé che lo trattiene. Valjean si allontana con il ragazzo in spalla e Javert lo lascia andare. Ma non riesce a sopportare la crepa che si è aperta nel suo cuore di pietra. E’ il frantumarsi del suo mondo. Per questo si suicida.

 

Valjean vince, ma non tanto perché si impone nella sfida con Javert. Vince l’uomo che ha conosciuto la carità, ne è stato oggetto e ha scommesso su di essa la sua vita. Vince l’uomo che accetta di dipendere dallo sguardo che è capace di renderlo libero. 

 


 

Davide Prosperi è vicepresidente della Fraternità di Comunione e liberazione

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