Netflix e l’amore a puntate

Mariarosa Mancuso

Oltre a far entrare le gattare nel salotto buono, Instagram ha ridato dignità ai filtri seppiati. Pure a quelli che trasformano gli scatti in cartoline con il bordo seghettato, sfumate in rosa cipria e azzurro. Fa circolare a piede libero le prodezze dei pupi e le feste di carnevale con i cappellini scemi. Non possiamo più dire, figuriamoci pensare: “Grazie, riponga pure la foto della creatura vestita da pinguino nel portafogli”.

 

Poteva Netflix restare indietro? Certo che no. Netflix ha fatto l’upgrade alle serate di coppia davanti alla tv, fusi con i cuscini del divano – il sofà può essere anche un letto, il televisore può essere un computer o qualsiasi altro black mirror, cambia poco. Era l’ultimo stadio della noia matrimoniale, della lunga convivenza, di “ogni passione spenta”: lui sul divano che russa stringendo il telecomando; guai a sfilarglielo di mano, pena il risveglio.

 

Se appena lo chiamiamo “binge watching” (magari con la promessa solenne di fedeltà “non andrò avanti a guardare questa serie senza di te”) la serata coniugale cambia di segno. Diventa una prodezza di cui vantarsi. “Noi quattro, ieri sera”. “Noi tre di fila, abbiamo saltato la cena”. I francesi, che alle tradizioni ci tengono, hanno cominciato a interrogarsi sull’effetto che hanno serie sui bollenti spiriti degli spettatori. La tv era un rifugio per chi aveva superato l’età delle notti in discoteca. Netflix ha soprattutto abbonati giovani: l’elettrodomestico non l’hanno mai visto, non sanno cos’è un palinsesto televisivo, ma gli ormoni li dovrebbero avere ancora.

 

“Fucking séries” – con l’accento perché sono francesi e il Big Mac lo chiamano “Le Big Mac”, copyright Quentin Tarantino – è un articolo uscito su Les Inrockuptibles, numero speciale dedicato al sesso (ne fanno uno all’anno, con impegno e fantasia, scovando gruppi sadomaso rispettosi del #MeToo, con lo slogan “fammi male ma fammelo bene”). “Abbiamo smesso con le serie perché finiva che non scopavamo più”, si lascia scappare una trentenne. Basta a una giornalista sveglia per partire con l’inchiesta.

 

Prima gli studi scientifici, che non dimostrano granché. Sono vecchiotti, confermano che i bollenti spiriti sono intiepiditi, ma uno studio termina prima che arrivi lo streaming, e l’altro è una fake news partita da una battuta del ricercatore: “Questi sono i numeri, le cause non chiedetele a me, sarà colpa di Netflix”. Un esperto francese di serialità non vede il rapporto causa/effetto: “Mi ricorda chi nell’800 accusava i romanzi di turbare le menti delle fanciulle”. Con il senno di poi: le fanciulle non si sono fatte turbare granché. Possiamo indovinare un grande futuro per le serie televisive, che peraltro riprendono il feuilleton o romanzo a puntate, da cui non era esente neppure Dostoevskij.

 

La psicosessuologa: “Succede, guardare una serie è meno impegnativo che far l’amore, se sei stanco”. Interviene un paziente: “Non sono le serie, è che la mia fidanzata si addormenta a metà episodio, non mi sento di svegliarla”. Sdrammatizza anche Iris Brey, nel libro “Sex and the series”. Trovo romantico – scrive – che una coppia guardi una serie fino all’una di notte (come si siano messi d’accordo sulla serie per due sarà svelato agli avvocati che si occuperanno del divorzio). Sostiene che le serie spingono a un’attività scopereccia diversa. Che la frequenza – chiamatela anche quantità – non ha nulla a che fare con la qualità. Che la bizzarria e la non ortodossia (diciamo così) fanno solo bene. 

 

Firma l’articolo Camille Emmanuelle, che alla fine – siamo ormai sulla soglia per andarcene – sgancia la rivelazione: “Io e mio marito abbiamo chiamato nostra figlia come l’attrice che nella serie ‘Transparent’ fa Ali Pfefferman”. Per i non adepti, una donna che vuole essere “queer”, né maschio né femmina. Prendiamo nota anche di questo: prima dell’avvento di Netflix, chi dava ai figli i nomi presi dalla tv – vedi Pamela e Sue Ellen, le cleptomani borgatare di “Come un gatto in tangenziale” – non firmava articoli sui giornali alla moda.

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