La grande lezione di Conrad che mette in disparte (per un po’) perfino Dostoevskij

Marco Archetti

Troppo ieratico? Troppo abissale? Troppo enfatico? Cosa intendeva esattamente Joseph Conrad quando definì Fëdor Dostoevskij – cui spesso, nella spensierata sagra degli accostamenti, viene appaiato – “esageratamente russo per i miei gusti”? Intendeva dire: meglio Cechov. E non tanto per ribadire una distanza stilistica evidente, quanto per rimarcarne una più profonda, di visione del mondo: scarsa attrazione per i vaneggiamenti trascendentali e totale adesione alla realtà così come appare. Perentorio, vero? Tuttavia questo approccio non impoverì il suo campo di indagine, e anzi, diede ai suoi 18 romanzi e 26 racconti un punto di vista sintomatico: la realtà che intende Conrad, molteplice e mai univoca, non coincide certo con la natura o col paesaggio, e quel che appare non è mai quel che è, giacché l’ombra e il lato oscuro incombono sulla lotta che gli esseri umani conducono per affermare se stessi e confrontarsi con il limite estremo (aggettivo fuorviante nel caso in cui vi suggerisse grandi detonazioni superomistico-leggendarie: i protagonisti di Conrad si danno solo perché non possono sottrarsi, si danno perché non possono respingere la sfida delle cose e la loro potenza immane, incalcolabile e tragica, ma sanno benissimo che soccombere è l’eventualità più plausibile, che la sproporzione tra l’immensità naturale e l’oscuro labirinto interiore – tra la forza cieca e la forza sorda – è sempre impietosa, e che l’Esperienza li troverà impreparati).

 

Pur considerando tutto ciò, Thomas Mann continuerà a preferirgli Dostoevskij. Quanto a me, confesso che non sono mai stato un entusiasta di Conrad, soprattutto dopo la lettura di certe seccanti prefazioni automatiche tutte gioventù/valore della vita/grande rito di passaggio. E non nascondo che – scusatemi questa sincerità – se me l’avessero chiesto la settimana scorsa avrei risposto che bah… le plaghe dell’oceano indiano, gli isolotti sperduti… la sonnolenta navigazione mercantile, l’afrore salmastro dei cordami, l’equipaggio, le febbri… E poi, insomma, questo mondo senza donne… cosa dovrebbe raccontarmi della complessità delle cose? Questo mondo di soli uomini, di rudezza e di ordalie, di truculenza e di cenci, di batoste e di forza, di linee d’ombra e di assolate immensità, alla fine, a me, cosa potrà mai dire? (“Un mondo senza donne, figurati…”).

 

Ma ecco che questa ridicola impalcatura aprioristica è crollata sulla mia testa pochi giorni fa, quando mi sono imbattuto nel romanzo brevissimo Il compagno segreto. In una lettera del 1912 per il suo editore, Joseph Conrad, altrettanto brevemente lo ritrae così: “Il romanzo è a posto. Niente scoccianti artifizi. Ogni vocabolo calzante. Non una notazione incerta”. La storia è quella di un giovane capitano che una notte, meditando scalzo e in pigiama sul ponte della nave che sta riportando in patria – “mi sentii felice della sicurezza del mare in confronto alle inquietudini della terraferma” – viene subito smentito: e gli appare davanti agli occhi Legatt, un marinaio della Sephora, imbarcazione in rada poco distante, che risale la scaletta lungo la murata del bastimento e gli si presenta. “Non c’è bisogno di chiamare nessuno,” dice, e ammette di avere “il marchio di Caino”, cioè di essere in fuga perché colpevole di omicidio. Ma non servirà altro, perché – racconta la voce narrante conradiana – “una misteriosa comunione si era già stabilita tra noi”. E così il giovane capitano lo accoglierà, lo nasconderà nella propria cabina e rischierà in prima persona, lo nutrirà, mentirà al capitano della Sephora – un vecchio farabutto venuto a indagare – e in un crescendo di ansia e di sospetto fronteggerà situazioni insostenibili, fino a dirigere la nave verso una costa orlata di isole per intercettare pericolosamente la brezza di terra, calare in acqua Legatt e garantirgli la fuga.

 

Insomma, un racconto magnifico, in cui trionfa un aspetto fondamentale della narrativa di Conrad: accettare l’altro significa accettarne il mistero, accettarne il pericolo. Memorabili le scene in cui, nella notte e nel fondo di una nave immersa nell’oscurità, questi due sconosciuti uniti da qualcosa di indefinibile – “è un gran sollievo trovare qualcuno che ci capisca, è una cosa meravigliosa…” – si raccontano l’uno all’altro, bisbigliando, mentre i passi dell’ufficiale di guardia passano e ripassano sulle loro teste. Il legame tra loro si stabilisce subito, nelle prime pagine, non appena si guardano sul ponte quella prima notte, ed è giusto, giustissimo, perché quel legame è quel che deve essere: un presupposto, non una conseguenza. Quel legame è il segno anche oscuro di una solidarietà inevitabile e pre-razionale. “Vigilavo quel me stesso che dormiva nel mio letto. Chiunque l’avrebbe scambiato per me”.

Cos’ha da raccontarci, dunque, questo mondo di soli uomini? Moltissimo. E a differenza del russo Dostoevskij, il polacco-inglese Conrad ci dice che non contano le domande che ci facciamo. Contano le risposte: quelle che sappiamo dare a noi stessi e al mondo.

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