Il filosofo non marxista che detesta il catastrofismo millenarista così à la page

Manuel Orazi

Emanuele Coccia è il filosofo del momento, il suo La vita delle piante. Metafisica della mescolanza è uscito nell’ordine in francese da Payot e poi in spagnolo, tedesco e a novembre anche in inglese. In italiano è appena stato pubblicato dal Mulino e non è un libro attuale solo perché tutti si accapigliano sul tema del verde o genericamente del mito della sostenibilità, ma perché guarda molto oltre toccando anche le magagne politiche che più ci attanagliano. Colpisce soprattutto l’assenza di catastrofismo millenarista tipico di tanta parte della filosofia italiana: tanto per cominciare gli esseri viventi sopravvivono solo consumando altri esseri viventi e dunque il vegetarianismo e l’animalismo contemporanei sono quantomeno superati: “E’ una battaglia chiusa almeno dal 1859 cioè da quando Darwin ci ha detto che l’uomo è un animale, veganesimo ecc. sono insomma solo modi per lavarsi la coscienza. Qual è poi la differenza tra la sofferenza animale e quella vegetale? Possiamo solo inventare nuovi riti, forme di manifestazione di sensibilità collettiva, non molto di più”.

 

Coccia inoltre è uno dei pochissimi filosofi che si astrae dalla critica all’economia (impressionante la monomania del neomarxismo contemporaneo, post-operaista et similia), ma forse l’unico che si pone come meta una compiuta immagine del mondo heidegerriana. “La filosofia non è una disciplina” ama ripetere, il tratto comune ai suoi generi è solo il desiderio, si fa con tutto insomma e il realismo speculativo che prevale nelle accademie è un’idea di tipo regale: solo noi possiamo chiederci se il mondo esiste o meno, solo noi prevaliamo sulle altre materie, ma è un’idea reazionario e ça va sans dire, superata: “Oggi qualsiasi opera che abbia un’intensità di pensiero ha dignità filosofica, venga essa dall’agricoltura, architettura, moda, design, non importa. La critica dello specialismo dovrebbe portare a leggere saggi filosofici a ingegneria e saggi tecnici a lettere e smetterla di contrapporre le scienze umane a quelle naturali e tecniche, è ridicolo continuare”.

 

Coccia la fa facile, lui che parla manciate di lingue vive e morte con alle spalle studi su Averroè e sugli angeli nei tre monoteismi – è docente non a caso all’Ecole des hautes études en sciences sociales – , ma chi scrive non può non apprezzare la sua originale apertura di credito teorico verso l’architettura, di solito bersaglio dei comici e dei politici più corrivi. Come mai? “L’architettura è forse l’unica disciplina che ha saputo coniugare scienze umane e tecniche, sapendosi adattare a qualunque cambiamento della storia. I manifesti di Robert Venturi e Denise Scott Brown, Imparare da Las Vegas, e di Rem Koolhaas, Delirious New York, sono bastioni della modernità perché rifiutano lo snobismo tradizionale di tutte le discipline verso gli usi e costumi di massa che sono comunque prodotti delle culture democratiche, si confrontano col presente seriamente, modernizzandolo, da Walter Gropius in poi. Gli splendidi edifici parigini di Frank O. Gehry o il suo museo di Bilbao ben rappresentano tutto questo ai giorni nostri. Coccia dunque si stacca dal millenarismo proprio anche dei critici di architettura, che vede nel museo di Gehry il trionfo del capitalismo globale, monumenti al potere. “Allora dovremmo disprezzare anche le piramidi! Le grandi architetture sono forme di riflessione del mondo e della società presente, ma questo non esclude un impegno diverso nel sociale come l’opera di Yona Friedman o tanti altri. La seduzione del mondo vegetale, che ha portato a così tante traduzioni immediate del suo libro, si basa probabilmente sull’enorme forza proiettiva verso i problemi contemporanei dell’umanità. Sul confine tra Stati Uniti e Messico da anni ci sono cartelli che avvertono del pericolo di specie aliene, una chiara profezia di Trump, così come le erbacce vagabonde tanto care a Gilles Clément sono ovvia metafora dei migranti, per non parlare del termine “radici” che in una parola rappresenta ogni forma di destra e così via. E’ forse questo è un ostacolo per una vera comprensione della natura? “E’ difficile rispondere, ma nonostante le proiezioni le piante restano le forme di vita più diversa possibile da quella umana e oggi la biologia è una scienza speculativa come dimostrano gli studi di Francis Hallé. Inoltre dovremmo andare oltre le proiezioni, che in genere sono solo e sempre negative, perché di norma proiettiamo sempre e solo a metà, bisognerebbe fare anche l’inverso, proiettare l’altro in noi. Infine il libro è un elogio della mescolanza non solo vegetale, anche di quella del pensiero dove, come ho scritto, tutto comunica con tutto, ciascun sapere è in compenetrazione reciproca con tutti gli altri”.

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