Poesia e regime

Mattia Ferraresi

Se in poesia non tutto è concesso, dove lo sarà? Se il verso non è il bastione della libertà, chi la difenderà? I regimi di ogni tempo e latitudine hanno investito energie e risorse per intimidire, mettere a tacere, corrompere, imprigionare e se necessario uccidere i poeti, riconoscendo nell’illimitata libertà della loro arte una fatale minaccia alle capacità di controllo del governo. Per sfuggire al controllo i poeti hanno criptato i loro messaggi, li hanno nascosti dentro metafore, anagrammi e sciarade, hanno escogitato sofisticate analogie, hanno aggirato la censura immergendo versi rivoluzionari dentro le strutture innocenti della letteratura per l’infanzia, e non c’è bisogno di ripercorrere l’epopea del Samizdat e del dissenso sovietico per spiegare il concetto. Ora un altro regime si macchia della censura di una poesia giudicata pericolosa e inammissibile. Non è la Russia di Putin, ma la rivista americana The Nation, quella che una volta Obama ha definito un “crocevia di idee”, mentre invece è diventata una via a senso unico. Nella sua venerata storia The Nation ha pubblicato le poesie degli autori più geniali e scandalosi in circolazione, da Hart Crane ad Adrienne Rich, ma un recente caso di autocensura ha rimesso in discussione la vocazione della pubblicazione e il senso stesso del fare poesia.

 

Andiamo con ordine. Il magazine ha pubblicato una poesia di Anders Carlson-Wee intitolata “How-To”, un componimento in cui l’autore si immedesima con i senzatetto, con gli ammalati e gli emarginati che chiedono l’elemosina sul marciapiede, e osserva dalla loro prospettiva l’indifferenza o la malvagità di quelli che guardano e passano. Per raccontare questa scena di dolore e marginalizzazione urbana, venato da tutti i paradossi che la contraddistinguono, il poeta ha usato il linguaggio abrasivo e scorretto della strada, dove non si dice “senzatetto” ma “barbone”, non si dice “disabile” ma “zoppo”, l’Aids non è nascosto dietro il suo sinonimo medicalizzato, l’Hiv. Inoltre, l’autore usa la sua abilità di versificatore per riprodurre lo slang e l’inflessione degli afroamericani che popolano le “inner cities” americane, una lingua nota a tutti ma che nessuno in pubblico osa riprodurre, per non cadere nel peccato dell’appropriazione culturale o della discriminazione tout court.

 

Ma in poesia tutto è concesso, si dirà. E invece. La poesia di Carlson-Wee, che ha il terribile difetto di essere un ragazzo bianco del Minnesota, ha ricevuto una pessima accoglienza da parte di lettori che non tollerano certe espressioni e un certo linguaggio, non importa in quale contesto sia espresso e con quale intenzione. Non importa, nella fattispecie, che l’autore usi il linguaggio dei neri emarginati per esprimere empatia e vicinanza. Le responsabili della sezione poesia, Stephanie Burt e Carmen Giménez Smith, hanno fatto marcia indietro, ritirando una poesia “che contiene un linguaggio offensivo e ableista che ha offeso e danneggiato membri di varie comunità”. Se vi domandate cosa significa “ableista”, indica la discriminazione che i normodotati infliggono ai disabili. La parola “zoppo” è stata sufficiente a danneggiare la sensibilità di quella comunità. Così Carlson-Wee non era semplicemente un bianco privilegiato, dunque automaticamente razzista, ma un nemico di una moltitudine di minoranze protette. Anche lui ha offerto le sue scuse per il “dolore che ha causato”, ha devoluto ciò che ha guadagnato a un’associazione per l’assistenza agli homeless e ha detto che le critiche gli hanno “aperto gli occhi”. Nella parodia di un’assurdità, un’associazione per la difesa dei disabili ha notato che la metafora degli occhi aperti indica che l’ableismo è stato interiorizzato dall’autore. Questo regime non si accontenta della censura e delle scuse.

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