Secondo Facebook i nudi di Rubens sono pornografia

Simonetta Sciandivasci

L'horror dell'estate è divertente e terribile, dura un minuto e passa, è girato in un museo e inscena un blitz delle forze dell'ordine alla Rubenshuis, la casa museo di Rubens ad Anversa, per tutelare i visitatori dai quadri al cui interno siano ritratti donne e uomini svestiti: “Si tolga da qua, signora, dobbiamo tutelarla da queste cosce, da tutta questa nudità, non importa che sia artistica”, “venga qui, guardi questo, questo va bene, qui sono tutti vestiti”.

 

E' una trasposizione satirica ma fedele di qualcosa che accade su Facebook (chi non ha sperimentato la censura del social network almeno una volta, vada a farsi controllare da uno bravo. Il museo ha deciso di reagire diffondendo un video che, in tempi non lontani e molto più fortunati dei nostri, avremmo definito distopico e di cui, invece, ci troviamo oggi a constatare il vivido realismo. Non solo: lo guardiamo e ci rendiamo conto che finiremo col convincerci presto, tutti, che l'idea di proteggere il prossimo da un bel culo dipinto sia ragionevole. Attecchirà, ci diciamo, e a chi oserà contraddirla verranno proibite le mutande per sempre, forse. 

 

La Rubenshuis ha dovuto combattere (perdendo) contro il ban di Facebook quando ha pubblicato, sulla propria pagina, le foto di dipinti di Rubens e di alcuni altri grandi pittori fiamminghi, in cui comparivano corpi scoperti. La politica di Zuckerberg, infatti, vieta, ritenendola offensiva e pericolosa, la diffusione di immagini di culi, tette, vulve, capezzoli, insomma di qualunque cosa e/o parte del corpo che inerisca e/o abbia a che fare con il sesso e la sessualità; non distingue tra nudo artistico e pornografia, come facevano (a volte persino troppo) alcune barzellette un po' zozze degli anni Novanta.

 

Così, Leda e il Cigno e pure una Deposizione della croce, parte di un trittico del 1611, dove compare un Cristo nudo – che indecenza e che trauma per chi ci posa sopra lo sguardo! -, finiscono nello stesso archivio del proibito al quale vengono destinati scatti pedopornografici o solo pornografici o solo erotici o solo anatomici. Quello che Zuckerberg e soci non hanno messo in conto, però, è che un museo non diffonde immagini erotiche per incitare le masse all'impudicizia, allo stupro di gruppo, alla violazione delle norme sul consenso, alla becera carnalità. Un museo, semplicemente, promuove i tesori che contiene per attrarre pubblico, senza pensare a quanto e come e se quei tesori soddisfino i criteri di accettabilità su un social network. Peter De Wilde, amministratore delegato di Visit Flanders, l'ente del Turismo delle Fiandre, ha raccontato le paradossali difficoltà che ha incontrato nel pubblicizzare la rassegna, prevista per i prossimi due anni, di Rubens, Van Eyck, Pieter Bruegel, segnalando che, attualmente, “è praticamente impossibile per noi promuovere il nostro patrimonio culturale sul social network più importante del mondo”.

 

Molti musei delle Fiandre hanno anche scritto a Mark Zuckerberg per chiedere di intervenire, dispensare le loro pagine dalle regole generali, comprendere quanto sia assurdo considerare un seno dipinto da un artista come se fosse la copertina di una rivista da correggere. Naturalmente, è stato inutile. Se il video, invece, smuoverà qualcosa in questo senso è difficile dirlo. Trasportare Facebook nel mondo reale, anche solo per gioco, anche solo per farne un video grottesco, è un ottimo esercizio di rendicontazione dei suoi paradossi e del suo orrore: ogni tanto qualcuno ci prova, il risultato è sempre esilarante ma, pure, del tutto ininfluente. Qualche anno fa girò moltissimo uno sketch di un tizio che circolava per strada distribuendo bigliettini alle persone con su scritto “accetti la mia richiesta di amicizia”? Ridemmo tutti molto, scuotemmo il capo ancora di più, ci dicemmo quanto fosse miserabile richiedere amicizie a sconosciuti e, subito dopo, tornammo ad accettarne, desiderarne, procacciarcene.

 

Negli ultimi giorni, molti scrittori e intellettuali hanno dichiarato di voler abbandonare Twitter - e i social network in generale - perché diventati “videogiochi per gente rabbiosa” (così ha scritto Maggie Haberman del New York Times, annunciandoil auo ritiro dalle piattaforme online). Nessuno, però, si è scaldato tanto per il povero Rubens declassato a Rocco Siffredi, evidentemente, non ci rendiamo ancora conto di quanto più orribili e rabbiosi e zombie diventeremo, quando ci abitueremo a credere che l'arte si possa e debba ripulire per conformarsi al terribile desiderio che abbiamo di pedagogie e purezze minime.

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