Se volete sapere come provare a fare cultura andate a Spoleto in questi giorni

Mario Leone

Roma. Oggi si inaugura il Festival dei due mondi di Spoleto. Sessantunesima edizione di una delle manifestazioni centrali dell’offerta musicale estiva che, assieme all’Umbria Jazz, accende un faro sugli altopiani umbri.

 

Due settimane di concerti, installazioni, teatro e danza, animano la città. Un evento originale, ben pensato e organizzato. E’ un laboratorio dove convergono arti, idee, suggestioni che sembrerebbero lontane, visioni divergenti. Un esempio di come la cultura sia un condensante, un pilastro sul quale costruire. Un modello di coinvolgimento di varie istituzioni culturali, di collaborazione tra privati e pubblico. Lo confermano anche i numeri che Giorgio Ferrara, anima, testa e padre della manifestazione, ricorda orgoglioso al Foglio: “Alla vigilia di questo Festival le sensazioni sono belle e l’attesa è alta prima di tutto per noi che lavoriamo notte e giorno. Il Festival dei Due Mondi di Spoleto ha un’impronta molto forte e vive una fase di splendore, confermata da risultati qualitativi e numeri di grande soddisfazione (nell’edizione 2017 le presenze sono state 90.000). Una sfida vinta, che ci fa guardare al triennio che sta per avere inizio con sempre maggior fiducia e ci spinge a proseguire il nostro percorso nelle Arti con la consapevolezza di chi crede nel coraggio e nell’efficacia della cultura”. Coraggio ed efficacia che si intercettano scorrendo il programma sin dallo spettacolo inaugurale: Minotauro, commissionato dal Festival alla compositrice romana Silvia Colasanti. La ragione di questa scelta ardita la spiega lo stesso Ferrara: “Noi non siamo una fondazione lirica ma un festival quindi non presentiamo opere del repertorio classico. Vogliamo invece dare spazio alla musica contemporanea. Con la Colasanti (della sua musica mi sono innamorato l’anno scorso quando, sempre per Spoleto, le ho commissionato un Requiem) si apre una nuova ‘stagione’ che vedrà ogni anno l’esecuzione di un’opera contemporanea”. Una prima assoluta anche per il libretto redatto da René de Ceccatty e dallo stesso Giorgio Ferrara e una sfida per Silvia Colasanti, che dice al Foglio: “Finalmente si inaugura un festival di così lunga tradizione con un’opera scritta oggi. Il merito è tutto di Giorgio Ferrara, un segnale forte per i teatri italiani che sono cauti nel presentare arte contemporanea”.

 

E’ l’annoso dibattito tra tradizione e modernità. Tra pubblico e artista. Cerca di chiarire la questione la musicista: “In anni passati una pur giusta e necessaria idea di ricerca linguistica ha generato un intellettualismo che ha allontanato il pubblico. Il compositore era meno interessato alla fruizione del suo lavoro. Però c’è un altro problema. Manca l’istruzione di base e il coraggio delle istituzioni musicali nel programmare musica contemporanea che spesso è relegata ai festival dedicati”.

 

Il Minotauro della compositrice romana è un coacervo di passato e avanguardia più spinta, dove diversi vocaboli si mescolano e rivivono nelle acquisizioni strumentali, formali e strutturali più recenti. Un brano nato nel serrato confronto tra musicista e librettista (Ferrara curerà anche la regia). “Lavorare con Ferrara è stato bello. Collaborare con il teatro porta noi musicisti a un confronto con figure eterogenee. Un dialogo continuo anche nella stesura del libretto (libretto e musica devono camminare con coerenza). Una delle preoccupazioni più pressanti è stata quella di non cadere in una forma di naturalismo. Raccontare un mito moderno, senza risvolti didascalici”.

 

La chiusura del Festival sarà un tributo al martirio di Giovanna d’Arco nel racconto di Paul Claudel e la musica di Arthur Honegger, Dal Minotauro a Giovanna d’Arco, un cerchio che si chiude e un monito all’uomo e al male di cui è capace. La cultura serve anche a questo.

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