
Milano, è evidente, non esiste. In Un petto di donna un uomo salva la vita a una sconosciuta a cui sta osservando il seno e di fronte alla sua gratitudine le chiede se è felice perché “mi dorrebbe, in fin dei conti, averle salvato una vita infelice”. Ne Il riso un uomo stanco di vivere assolda un killer per ucciderlo quando meno se lo aspetta. In Osteria del numero venti, dove si racconta il primo approccio amoroso di due ragazzi, protagonista è il simbolo freudiano per eccellenza dell’ansia da castrazione, la vagina dentata. In Rugiada d’oro, un discepolo racconta le gesta del suo maestro, con linguaggio altisonante e inaccessibile. A caso presenta i racconti maturi di un uomo mercuriale, imprendibile, di un autore difficilmente inscaffalabile dai tassonomisti della letteratura, tanto schivo e contraffatto con gli uomini, quanto loquace e disinibito quando si trattava di conversare con le ombre. / Con una prosa aristocratica e ricchissima, che gli ha attirato spesso l’accusa di snobismo, Landolfi travalica le etichette di romantico noir, surrealista mediterraneo e funambolo della lingua che gli si potrebbero associare indulgendo all’approssimazione. E se siamo ancora qui a parlarne nonostante non concedesse quasi mai interviste, non ritirasse i premi che gli venivano assegnati e pretendesse dall’editore di lasciare in bianco i risvolti dei suoi libri, qualcosa vorrà pur dire.




