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Essere italiano e fare l’editore indipendente di successo a Londra: si può

Storia di Alessandro Gallenzi, della sua Alma Books e del suo romanzo

10 Giugno 2018 alle 06:03

Essere italiano e fare l’editore indipendente di successo a Londra: si può

Foto tratta dalla pagina Facebook di Alma Books

Londra. Nel 1997 i Matia Bazar imperversavano alla radio con il brano Ti Sento, Paulo Coelho pubblicava Manuale del guerriero della luce, le cabine del telefono erano ancora agli angoli delle strade e la Juventus, con il neo-acquisto Zinedine Zidane, vinceva il suo 24esimo titolo sul campo. Dobbiamo riportare indietro il calendario sino al 1997, un salto carpiato di ben trentun’anni, per narrare la storia professionale di Alessandro Gallenzi che ha scelto – con la propria consorte, Elisabetta Minervini – di diventare editore in Inghilterra senza interrompere mai il legame con l’Italia, tanto che da poco è approdato in libreria con il romanzo Il figlio perduto (Rizzoli). Il primo passo è raggiungere il sobborgo di Richmond, dove ha sede la sua casa editrice, Alma Books. Il nostro viaggio comincia da Harcourt Street a Marylebone – la zona residenziale in cui Le Carré ha ambientato i romanzi della spia Smiley. Andiamo a piedi verso la metro più vicina e visto che a Londra spesso bastano pochi minuti a piedi per cambiare completamente scenario, raggiungiamo Edgware Road, una delle enclavi musulmane delle metropoli. Quattordici fermate e cinquanta minuti più tardi – cambiando convoglio a Earl’s Court – ci accoglie una giornata mite. A Richmond tutto rallenta di colpo. Lungo la via maestra – la A307 – le case sono basse, un Waitrose enorme vende davvero di tutto – dai fiori freschi ai tramezzini – un’edicola espone quotidiani, soprattutto c’è un meraviglioso parco, il Richmond Green, proprio al centro dell’abitato, con un prato verde che fa venire voglia di mollare tutto e godersi questo inatteso sole primaverile. Al numero 3 di Castle Yard c’è Alma Books. Un cortiletto, finestre bianche, muri di mattoni a vista e grande quiete. Alessandro Gallenzi ci aspetta. La casa editrice è su due piani, il pavimento è rivestito da una spessa moquette marrone; ci sono diverse librerie a parete e al piano di sopra quattro scrivanie disposte in modo speculare, in cui si lavora alle prossime uscite in programma. L’atmosfera è cordiale, informale in puro stile inglese, spuntano le inevitabili mug di tè nero e Gallenzi inizia il suo racconto.

 

“Sono nato nel 1970, in provincia di Roma. Nel 1997, con mia moglie Elisabetta vivevamo a Roma, ci siamo conosciuti sui banchi della Sapienza e appena terminati gli studi abbiamo deciso di emigrare oltremanica”. La svolta arriva con l’offerta di un dottorato di ricerca in letteratura comparata all’Università di Leeds, “ma la città mi è parsa grigia e soprattutto non sentivo la passione per la carriera accademica. Pensavo di poter fare cultura sporcandomi le mani sui libri, in trincea, ho preferito la via più ardua. Ci siamo trasferiti a Londra, iniziando entrambi a lavorare per una piccola agenzia di traduzioni (lui dall’inglese, lei dal francese, ndr)”. Rimpianti? “Siamo stati fortunati ma ho ancora da parte la lettera dell’università”. Passano un paio di anni e arriva una nuova sfida. Lavora alle dipendenze di un distributore internazionale con sede in Giordania che voleva aprire una sede a Londra “ma volevo creare una piccola casa editrice e dopo tre anni hanno investito nel mio progetto, creando Hesperus Press che pubblicava inediti di Charles Dickens o Virginia Woolf” cui Gallenzi accosta anche piccole chicche letterarie dell’Aretino e di Gabriele D’Annunzio.

 

L’idea piacque. Il nome inizia a girare sul mercato, lo stile italico di fare libri conquista i cuori britannici. Tant’è che dopo quattro anni, nel 2005, Alessandro ed Elisabetta decidono di compiere il grande salto fondando Alma Books. “Volevamo fortemente una casa editrice tutta nostra e per ottenerla abbiamo chiesto un secondo mutuo su casa nostra, rischiando davvero tutto”. Sorride con la consapevolezza di chi c’è l’ha fatta, le tazze di tè fumano indifferenti davanti a noi. “L’idea era quella di spingersi oltre”. I primi libri pubblicati da Alma Books sono stati edizioni pregiate e supervisionate del Decamerone e della Divina Commedia, i capolavori di Conan Doyle “ma dopo volevamo alzare il tiro e spingerci nel dedalo della narrativa contemporanea”.

 

Nel 2007 i primi bestseller e il colpaccio giunge con “Travelling to Infinity”, scritto da Jane Hawking – ex moglie dello scienziato Stephen Hawking – da cui è stata tratta la sceneggiatura per “La teoria del tutto”, diretto da James Marsh e premiato con l’Oscar. Nel suo racconto, Gallenzi ribadisce più volte proprio la circolarità del tempo, la fortuna necessaria per riuscire in questo mestiere fatto di alti e bassi, crisi e risvegli improvvisi, continuamente alla ricerca del titolo che spezza gli equilibri e detta un trend, facendo i conti con i lettori e le loro bizze; “tuttavia c’è una grande differenza con quello che accade in Italia. Qui i ragazzi sono spinti alla lettura dei classici sin da piccoli dalla scuola e i genitori cercano di coltivare questa passione. Da questo punto di vista essere editore in terra inglese è un grande vantaggio”. Niente pecche, la perfida Albione è la terra dorata dell’editoria? “Purtroppo – ammette candidamente Gallenzi – i piccoli editori sono stati quasi tutti spazzati via dai grandi gruppi, come l’accordo Penguin-Random House. Altro che Mondazzoli”. E la ricaduta principale è palese: “ne risente la qualità di ciò che si pubblica”.

 

Sul tavolo, in mezzo a noi, una copia del suo nuovo libro, Il figlio perduto, spunto per questo incontro. Gallenzi racconta la storia tragica, vera e misconosciuta di Benito Albino Bernardi, ricoverato nel manicomio di Mombello nel 1933, sostenendo di essere il figlio del Duce, documentandomi sulle carte online di Luigi Lugiato, il direttore di Mombello in quegli anni. Ma nelle mani di Gallenzi ciò diventa un parallelo “fra la generazione perduta del Ventennio e la mia, costretta ad emigrare, a cercare fortuna lontano dall’Italia”. Si tratta di un libro attuale, dice, “l’odio della guerra civile è irrisolto, il risveglio del fascismo è una realtà palese e pericolosa”.

 

Nel frattempo, Alma Books ha vinto il premio come miglior editore indipendente inglese ai British Book Award e il premio nazionale per la traduzione conferito dal ministero dei Beni culturali italiano, riconoscendone lo sforzo di promuovere la letteratura italiana all’estero. Oggi Gallenzi è uno stimato traduttore (sta lavorando per Adelphi alle lettere di John Keats, “traducendo in rima e abitando il suo spazio mentale: una grandissima sfida”), ha pubblicato quattro libri e anche Elisabetta ha riscosso successo personale con Mammissima: Family cooking from a modern italian mamma (pubblicato da Bloomsbury).

 

Ma nel frattempo com’è cambiata l’Inghilterra? “Siamo arrivati il 5 maggio del 1997. Dopo 18 anni di dominio dei Tories, il paese si affidò a Tony Blair, era l’inizio della Cool Britannia”. E la Brexit? “Ci spaventa molto. Io, Elisabetta e i nostri due figli siamo cittadini inglesi, lo sentiamo come un tradimento e ci siamo esposti in prima linea. Si respira un’atmosfera diversa oggi, il razzismo ha rialzato la testa e la rabbia esplode in piccoli, amari, gesti quotidiani”.

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