“L’egemonia occidentale è finita”. Parla l’artista olandese Verhoeven

Giulio Meotti

Roma. Dries Verhoeven non è nuovo a opere artistiche provocatorie e pessimiste. In Homo Desperatus, l’artista olandese aveva messo in scena il reattore nucleare di Fukushima, il Parlamento di Kiev sotto assedio, una clinica tedesca per tossicodipendenti, una fabbrica collassata in Bangladesh. La sua nuova opera ha dominato una grande piazza di Utrecht, in Olanda. Sotto una statua che porta il titolo dell’opera Sic transit gloria mundi, Verhoeven ha costruito un gigante bianco accasciato, caduto dal piedistallo. “In un periodo in cui le controversie circondano i nostri memoriali coloniali, il dominio dell’occidente sta iniziando a mostrare segni di collasso” si legge nella presentazione dell’opera. “La Russia e i giganti economici asiatici ci respirano sul collo. In Africa, la Cina sta rapidamente diventando la nuova potenza imperialista e le nazioni islamiche, grazie ai migranti, esercitano un’influenza crescente sulla cultura occidentale. Ciò richiede una nuova visione del nostro ruolo nel mondo”.

 

L’opera di Verhoeven “celebra” la caduta dell’uomo occidentale dal suo piedistallo. E’ nata da un indefinito sentimento premonitorio di declino dell’occidente: “La domanda che mi ha sconcertato per vent’anni è come disarmare lo spettatore, come trasformarlo in un mollusco, morbido e ricettivo al dubbio”, ha detto Verhoeven. “In tempi di crescente polarizzazione, questo bisogno diventa solo più forte”. E’ quello che adesso intende fare con questo nuovo Gulliver disteso, i manifesti scritti in cinese, in arabo e in russo, il padiglione fotografico che accompagna l’opera (si vedono Putin con i politici olandesi, una bandiera Lgbt bruciata, il Parlamento di Atene sotto assedio, sceicchi e donne velate). C’è chi ha paragonato Verhoeven a Pim Fortuyn, il politico e professore olandese liberale critico del multiculturalismo ucciso nel 2002 da un militante di sinistra.

 

Forse la spiegazione del declino dell’occidente messo in opera in quella piazza di Utrecht risiede proprio in una precedente opera di Verhoeven. “Wanna play?”, in cui intendeva utilizzare un’app per incontri erotici molto apprezzata dalla comunità gay – Grindr – per “scoprire” quanto il digitale abbia modificato il modo in cui si verificano, oggi, gli incontri romantici e sessuali. Così Verhoeven, che è omosessuale, si era posizionato all’interno di un container dalle pareti di vetro all’incrocio tra Mariannenstraße e Oranienstraße, a Berlino. Una gabbia di vetro dove tutti potevano vederlo mangiare, dormire e usare la app per invitare dentro altri uomini. I messaggi venivano proiettati in tempo reale, senza censura. Così l’artista Parker Tilghman è andato all’appuntamento con Verhoeven per scoprire che i suoi messaggi erano visibili a tutti su quelle pareti di vetro. E lo ha definito “stupro digitale”. La performance dell’olandese a Berlino doveva durare quindici giorni, ma è stata chiusa dopo cinque per via delle lamentele e degli attacchi.

 

“Sentivo l’urgenza di parlare del declino della cultura occidentale e del potere che avevamo in occidente”, dice Verhoeven al Foglio. “Pensiamo a Black Lives Matter o al potere economico della Cina o la politica estera della Russia. Molti in Olanda avvertono nel profondo che questi valori occidentali stiano venendo meno. Oppure, pensiamo a come l’occidente non difende i suoi valori alle Nazioni Unite, come la libertà di espressione”. E cosa sostituirà questa egemonia se dovesse davvero crollare? “I paesi asiatici e il multiculturalismo”. Ben Van Der Burg ha commenta così Sic transit gloria mundi alla radio: “L’opera d’arte ci mette di fronte al fatto che non possiamo continuare a condurre la nostra cosiddetta vita confortevole come individui decadenti, soddisfatti di sé e urlanti”.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.