Philip Roth e i suoi doppi. La vita e l’arte come cose distinte, “ma la distinzione è inafferrabile”

Antonio Gurrado

Milano. Sulla prima edizione del “Lamento di Portnoy” Philip Roth era fotografato di spalle. Ciò nondimeno la gente lo riconosceva per strada e lo scambiava col personaggio, intimandogli di contenersi con la masturbazione. Quando poi i giornalisti lessero “Zuckerman scatenato” e indagarono sulle fonti autobiografiche della scena della morte del padre, Roth rispose dando il numero di suo padre, vivo e vegeto in New Jersey. Da habitué delle trasferte oltrecortina durante la Guerra fredda, invece, rischiò l’arresto da parte della polizia cecoslovacca ma si salvò perché un suo amico locale, interrogato sul perché Roth andasse a Praga ogni anno, rispose: “Non avete letto i suoi libri? Viene per le ragazze”.

 

La confusione fra Roth e il suo doppio è stata una costante della sua vita, al punto da trascendere ogni possibile alter ego. Né Zuckerman né Portnoy né David Kepesh né Peter Tarnopol; il doppio di Roth è Roth stesso così come i lettori l’hanno via via immaginato tramite il filo dei personaggi principali. E’ tanto più sfuggente quanto più Roth lo fa interagire con i frutti della propria fantasia. La gente apostrofa lubricamente Zuckerman confondendolo col suo personaggio, l’erotomane Carnovsky; “Avevano scambiato un’interpretazione per una confessione”, commenta in “Zuckerman scatenato”, e ne “La lezione di anatomia” aggiunge: “La vita e l’arte sono cose distinte ma la distinzione è inafferrabile. Il fatto che scrivere sia un atto dell’immaginazione sembra confondere e far infuriare chiunque”.

 

Ne “I fatti” Roth tenta un’autobiografia e chiede a Zuckerman un parere, ammettendo che “senza che la mia immaginazione venisse stimolata da qualcuno come te o Tarnopol o Kepesh non sono davvero in grado di giudicare da solo”. Zuckerman (che ne “La mia vita di uomo” era apparso come frutto della fantasia dello scrittore Peter Tarnopol) risponde con una sfrenata parodia della prosa di Roth, più verosimile dell’originale: “Te la cavi molto meglio scrivendo di me che facendo una cronaca fedele della tua vita. Questo non è il tuo lato più interessante. Il tuo dono non consiste nell’impersonare la tua esperienza ma nell’incarnarla in una persona che non sei tu”. In “Operazione Shylock” si aggira invece un sosia di Roth che si fa chiamare Philip Roth. L’incipit è “Seppi dell’esistenza dell’altro Philip Roth nel gennaio 1988”, incorniciato tuttavia da una prefazione in cui si assicura che tutto il materiale del libro è tratto da taccuini originali e da una nota conclusiva che sancisce: “Questo libro è opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed episodi o sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio. Questa confessione è falsa”. Perfido, John Updike commentò che nei romanzi di Roth c’era troppo Philip Roth, senza specificare che un po’ ce n’era anche nei suoi: a lui si era ispirato infatti per il protagonista della tetralogia su Henry Bech.

 

Philip Roth è un personaggio d’invenzione e averci convinti della sua aderenza alla realtà è forse il segno più paradossale e duraturo del suo talento. A nulla è valso negare sempre. Intervistato da Milbauer e Watson nel 1985 Roth definì i propri romanzi “il risultato di un procedimento di scrittura molto distante da metodi e scopi dell’autobiografia”. Al Nouvel Observateur dichiarò: “Quanto alla mia autobiografia, non avete idea di quanto sarebbe noiosa. Consisterebbe per lo più in capitoli con me che sto seduto a fissare una macchina da scrivere”. Mentiva? Si costituiva? Solo i lettori più scaltri si accorsero che citava da “Lo scrittore fantasma”. Lì Zuckerman visita l’anziano autore Lonoff e si sente dire: “Da trent’anni scrivo opere di fantasia. Non mi succede mai nulla”.

 

C’è un libro su cui Roth è fotografato di fronte, in copertina addirittura. Si chiama “Roth scatenato” ed è stato pubblicato da Einaudi nella stessa collana dei suoi romanzi; è una biografia autorizzata e debitamente rivista, punteggiata di confidenze che di tanto in tanto la rendono autobiografica. L’autrice si chiama Claudia Pierpont Roth, non è legata da nessuna parentela, e quest’omonimia dev’essere parsa a Roth il viatico ideale per affidarle la versione dei fatti più credibile, non essendo stata scritta da lui.

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