La vita, la morte ma soprattutto il sesso

Mariarosa Mancuso

Ha raggiunto Tom Wolfe nel paradiso degli scrittori bianchi, maschi e morti. Odiati da chi pensa che in letteratura basta partecipare (un pettorale con il numeretto non si nega a nessun portatore di rivendicazione o istanza). A Philip Roth già dava fastidio essere considerato ebreo-americano con il trattino. Era americano e basta. Lo faceva notare nel poco tempo lasciato libero dalla scrittura di romanzi perfetti come “Pastorale americana”. Rileggere per credere le pagine sulla fabbrica di guanti a Newark, sulla “lanzetta” (il triangolino di pelle tra il pollice e le altre dita, quando le signore non uscivano mai a mani nude), sul fruscio della carta velina che impedisce al morbido capretto di sciuparsi.

 

Viene in mente Balzac, che all’inizio delle “Illusioni perdute” racconta il lavoro nella tipografia ottocentesca: i compositori chiamati Scimmie prendono i caratteri dai cassettoni, gli Orchi stanno al torchio. Il campione dei critici Harold Bloom aveva saldamente collocato Philip Roth nel Canone Occidentale – la serie A della letteratura, due pugnalate al cuore di chi crede alle pari opportunità – e poteva bastare così. Gli accademici di Stoccolma – di letteratura ne capiscono molto meno – sentenziarono invece che gli scrittori americani erano troppo giovani e immaturi per ambire al Nobel. Figuriamoci uno che non mostrava la minima intenzione di contribuire al progresso dell’umanità. Gli bastava raccontarla bene, la varia umanità. Da certe macellerie ebraiche (con un genitore che ti pretende dietro il bancone) a certe frasi che a qualcuno cambiano la vita, e che l’altro neppure ricorda di avere pronunciato.

 

Nella “Tempesta” di William Shakespeare – “l’uomo solo al comando” nel Canone Occidentale di Harold Bloom – Prospero spezza la bacchetta magica, e aggiunge “d’ora in poi un mio pensiero su tre sarà dedicato alla morte”. Mickey Sabbath, il burattinaio con l’artrite protagonista del “Teatro di Sabbath” – un porno-teatrino di marionette, scandaloso nella New York anni Cinquanta – tiene fermo un pensiero sulla morte. Ma gli altri due sono sesso e sesso. Senza lasciarsi mai scappare un’occasione: suggerisce sconcezze anche la tomba dell’amata Drenka, giunonica signora nata nella Jugoslavia di Tito e sola amante in grado di star dietro a Mickey, che aveva fatto l’apprendistato nei bordelli sudamericani.

 

I pensieri sul sesso erano tre su tre nel “Lamento di Portnoy”. Uscito nel 1969, racconta di un adolescente segaiolo che non porta rispetto neppure alla fetta di fegato comprata dalla mamma (mamma ebrea, un oltraggio simile torna nel film “American Pie”: oggetto del desiderio, in mancanza d’altro, una torta di mele ancora tiepida). Lo psicoanalista che dovrebbe stare in ascolto non commenta. Così il trentenne Philip Roth chiude i conti con il vecchio Sigmund Freud ancora prima di aprirli. Si toglierà un altro sfizio quando racconterà la triste sorte del professor David Kepesh, che un mattino si risveglia da sogni inquieti trasformato in una enorme tetta (la scena finirà in un film di Woody Allen).

 

In “Everyman” – uscito nel 2006, Philip Roth aveva già compiuto 70 anni – la morte ha conquistato tre pensieri su tre. Trattasi di danza macabra attorno a un funerale: il titolo viene da un morality play del Quattrocento, non erano mai roba allegra, ma almeno lì sapevano di dover morire, non come noi che senza grassi, carboidrati e zuccheri vogliamo diventare immortali. Funerale ebraico. Forse Philip Roth stava cominciando a fare pace anche con il trattino.

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