Tom Wolfe, reactionary chic

Mattia Ferraresi

New York. Taki Theodoracopulos, ereditiere greco con accento britannico, playboy ottuagenario, judoka della terza età, pozzo di aneddoti altolocati e instancabile cronista di vite mondane, a cominciare dalla sua, è un personaggio uscito dalla penna del suo vecchio amico Tom Wolfe, anche se con le sue brillanti provocazioni populiste si colloca nell’archetipo non del radical chic quanto del reactionary chic. Ha ricevuto la notizia della morte di Wolfe nella sua casa di Park Avenue, dove passa la primavera e l’autunno – inverno ed estate a Gstaad, in Svizzera, il rifugio di William Buckley, altro compianto amico d’altri tempi – e gli è sovvenuto che era stato proprio lui, l’uomo con la giacca bianca, una vita fa, a lanciare la sua carriera. “All’inizio degli anni Settanta ho scritto qualcuna delle mie solite cazzate su un giornale, non mi ricordo nemmeno cosa, e lui ne ha scritto. Mi ha definito un ‘hot ticket’ nel panorama del giornalismo, cioè della sua concezione di giornalismo, e subito sono iniziate ad arrivare le telefonate, da Esquire in giù. Per merito suo ero diventato un ‘hot ticket’ per davvero. Allora gli ho telefonato per ringraziarlo, ma anche per capire cosa ci trovava, perché l’aveva fatto. Mi ha detto ‘scrivi in un inglese delizioso’ e io, un po’ incredulo, gli ho risposto ‘non è nemmeno la mia prima lingua!’. Non ho mai capito perché s’era preso la briga di parlare bene di me, ma avevo due ipotesi: una è che mi considerasse un morto di fame, l’altra è che apprezzasse che dicevo cose che pochi osavano dire in questo mondo dominato dai liberal. Ho sempre sperato fosse la seconda”.

 

La svolta è arrivata quando Taki lo ha invitato in una casa di Southampton, a Long Island, che affittava per l’estate dal conte Mitia Guerrini-Maraldi (“persona meravigliosa”). Quando Sheila, la moglie di Tom, è entrata ha detto: ‘E’ la casa più bella che abbia mai visto’. Qualche anno dopo mio padre mi ha comprato una villa di fronte a quella, e allora ho messo in contatto Tom con i proprietari. Quando hanno saputo chi era interessato ad affittarla erano tutti contenti, perché stimavano Wolfe, e credo che gliel’abbiano lasciata per due soldi per più di quarant’anni. Ecco, da quell’episodio quando ci vedevamo, nella sua vecchia casa sulla 62esima, mi diceva ridendo che era così gentile con me per via di quella villa. La realtà è che era una delle persone più cordiali, eleganti e genuinamente interessate a chi aveva di fronte che io abbia mai conosciuto. Aveva avuto, come si sa, un brutto scazzo con Norman Mailer. Qualche anno fa gli ho presentato il figlio Michael, che è il mio migliore amico, e mi è rimasto impresso il modo incredibilmente cordiale, ma senza essere falso, con cui lo ha accolto”. 

 

Non era però un socialite, Wolfe. “Mica era Truman Capote – racconta Taki – che si circondava di gente che credeva che Gesù fosse stato ucciso in Messico con una piccozza. Andava alle feste, ogni tanto, ma non le cercava. Sheila poi le detestava. Era un conservatore, non ha mai fatto davvero parte di quel mondo di sinistra”. Ma il tratto che Theodoracopulos ammirava di più è “una specie di ingenua sincerità tutta venata di ironia, che è quella che gli permetteva di fare con naturalezza qualunque domanda”. Dice che Alexandra, la figlia, l’ha ereditata: “L’ho incontrata al Madison Square Garden per un incontro di judo. Mi ha chiesto ‘combatti anche tu?’, e dentro di me pensavo ‘ma che cazzo dici, Alexandra, ho ottant’anni!’, ma poi ho visto lo stesso sguardo di suo padre. Scherzava? Era seria? Non lo so, allora mi sono finto serio io: ‘Sì, sono il prossimo a salire sul ring, sono un po’ nervoso’”.

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