Tom Wolfe è morto e domani andrò a comprare una cravatta blu a grossi pois

Camillo Langone

A questo mondo non c’è giustizia: Tom Wolfe è morto e i radical chic sono ancora qui. Anche se Liberi e Uguali, il loro partitino di riferimento, alle elezioni è andato male, il radicalchicchismo continua a dominare i festival del cinema e ogni altro ritrovo vagamente internazionale di saccenti altolocati (a proposito: anche Mario Scelba è morto e il culturame è ancora qui). Mi sbaglierò ma penso che se Tom Wolfe avesse vinto, se nel 1970 il suo geniale “Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers” fosse riuscito a seppellire quei mostri, oggi non avremmo il problema dei film delle Rohrwacher e di Spike Lee. Tutto cambia eppure niente è cambiato, i neri sono sempre meglio dei bianchi, gli stranieri sempre meglio degli indigeni, gli islamici sempre meglio dei cattolici, i marxisti sempre meglio dei liberisti, per molti di coloro che abitano negli attici di Park Avenue o nelle cascine molto ristrutturate del Monferrato. E non parliamo di quell’altro capolavoro, “Maledetti architetti”, che ben poco ha nuociuto alle archistar di allora e figuriamoci di oggi. Lui i progettisti usciti dal Bauhaus li chiamava “Rats”, razionalisti ovvero topi, cinici responsabili di edifici per colonie di roditori: “Ludwig Mies van der Rohe mise mezz’America dentro i cubi dell’alloggio-operaio alla tedesca”. Si interessava perfino dell’Italia e definì il quartiere Gallaratese firmato da Aldo Rossi “architettura a prova di borghese, vanto dei marxisti primitivi e fanatici”. Aveva tanto coraggio quanto stile, Tom Wolfe, fosse stato più giovane avrebbe magnificamente stroncato pure Fuksas e i nuovi grattacielari di Milano. Quasi tutti con l’età addivengono a più miti consigli, lui il massimo dell’audacia la dimostrò da vecchio: quale altro ottantacinquenne poteva giocarsi il letterario prestigio scagliando un libro contro l’evoluzionismo? Mi riferisco a “Il regno della parola”, in Italia pubblicato da Giunti, contenente una frase da scolpire: “Dire che gli animali si sono evoluti nell’uomo è come dire che il marmo di Carrara si è evoluto nel David di Michelangelo”. E’ formidabile la demolizione di Darwin compiuta da questo scrittore non religioso, non credente nel creazionismo biblico, e merita una citazione più lunga: “C’erano cinque criteri standard di verifica di un’ipotesi scientifica. Qualcuno aveva osservato il fenomeno mentre avveniva e l’aveva registrato? Altri scienziati potevano riprodurlo? Era possibile fornire una serie di dati che, se veri, contraddicevano la teoria (è il principio di falsificabilità di Popper)? Sulla sua base si potevano fare predizioni? Gettava luce su ambiti fino ad allora sconosciuti della scienza? Nel caso dell’evoluzione... be’ la risposta era: no, no, no, no, e ancora no. In altre parole, non c’era modo di testare scientificamente l’ipotesi. Restava un racconto. Non era una dimostrazione. Era sincera ma semplice letteratura”. Tom Wolfe aveva studiato ed era rimasto un uomo libero.

 

Poi era un dandy, eternamente vestito di bianco da uomo della Virginia: nato a Richmond, la capitale dei confederati, si appalesava come un gentiluomo sudista catapultato nella New York del ventesimo secolo anche se, fondatore e maestro del new journalism e dunque curiosissimo, era capace di mettersi a studiare il rap più negro e sporchiccio, se gli serviva per metterlo in un libro. Una volta chiesi all’esperto di dandysmi Giuseppe Scaraffia di collocarmi Wolfe in qualche filone estetistico-letterario: scuola Oscar Wilde o scuola Charles Baudelaire? “Non troppo fastoso né troppo sobrio, lo inserirei in un filone intermedio, insieme a Philippe Daverio”. Un altro coraggioso (le sue prese di posizione a favore del circo sono quasi wolfiane), un altro titolare di guardaroba interessante, tuttavia un autore che non può vantare una prosa di analogo livello. Dietro al bastone da passeggio, al cappello sulle ventitré, all’abito tre pezzi color panna, alla catena d’oro dell’orologio da tasca, c’era il massimo talento reperibile all’incrocio tra letteratura e giornalismo, finzione e reportage. Tom Wolfe sarebbe stato Tom Wolfe anche vestendosi da Roberto Saviano e non faccio un nome a caso, “Gomorra” col new journalism c’entra più di qualcosa, pur essendo infinitamente meno divertente di “The Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby”, in italiano “La baby aerodinamica kolor karamella” (come poteva essere un moralista l’uomo capace di coniare simili titoli?). Se non posso imitare Wolfe almeno posso onorarlo: domani andrò a comprare una cravatta blu a grossi pois.

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