Il grande j’accuse della musulmana Sonia Mabrouk

Giulio Meotti

Roma. In un ritratto, Le Monde la chiama “l’anticonformista”. Ex redattrice di Jeune Afrique, Sonia Mabrouk è una musulmana tunisina e uno dei volti in ascesa del giornalismo televisivo francese, la star di “Public Sénat”. Cresciuta nel porto di Tunisi La Goulette, da piccola Mabrouk frequentava Habib Bourguiba, suo nonno era ministro e uno zio ambasciatore a Parigi. Ma nonostante questo milieu, la giornalista e scrittrice ha un motto inusuale: “Combattere il conformismo”.

 

Adesso Mabrouk pubblica il secondo libro da Plon, Dans son cœur sommeille la vengeance. Il cuore è quello dei convertiti francesi all’islam e la vendetta è quella che consumano contro la cultura occidentale. “Le nostre strade sono disseminate di soldati ma le nostre menti sono deboli” pensa Lena, protagonista del romanzo. Il suo alter ego è Amra, foreign fighter in Siria, che le dice: “Dubitate di tutto, anche di voi stessi. L’islam è molto più sicuro del vostro cristianesimo. La vostra società è senza fiato, tutto crolla, la civiltà marcisce dalla testa, come il pesce. E sarà sostituita. Le vostre chiese sono vuote. Vuote! Le trasformeremo in moschee. La vostra cultura si spegne, la vostra spiritualità si spezza, le vostre tradizioni spariscono”.

 

Amra lo ha imparato in carcere. “L’islam crescerà e conquisterà più territori, cuori e menti. Faremo molti bambini che brandiranno la religione con orgoglio. E finirete per convertirvi”. L’occidente, scrive Mabrouk tramite Amra, è in vendita. “Tutto. I vostri ideali, i vostri princìpi, le vostre terre. I vostri soldati si nascondono dietro gli schermi, bombardano da aerei sofisticati e non metteranno mai piede in terra nemica, spaventati. In questa guerra asimmetrica, sarete i vinti della storia”.

 

In una intervista al settimanale Valeurs Actuelles di questa settimana, Mabrouk spiega cosa l’ha spinta a scrivere il libro: “La civiltà sopravviverà se i valori cristiani saranno difesi” dice la giornalista franco-tunisina. Mabrouk non pensa sia finita. “C’è chi tende a vedere la civiltà cristiana come un’immensa fragilità. Credo che di fronte all’islam politico conquistatore, questa apparente fragilità diventi una forza. Qualcosa mi colpisce quando vedo le chiese in Francia: non sono affatto vuote! Vedo famiglie, bambini, sanno bene cosa ci stanno facendo lì. Per troppo tempo, i programmi televisivi hanno sostenuto i sostenitori dell’islam politico”. I terroristi hanno un vantaggio: “Sono capaci di morire per le proprie idee. Ma lo ha fatto anche Arnaud Beltrame (il poliziotto sgozzato dall’Isis a Trèbes, ndr) e mi ha profondamente segnato. Il movimento con cui la Francia ha acclamato quest’uomo dimostra che nulla è perduto. E incarna, con il suo gesto, un progetto spirituale inaudito e noi, nei media, non ne parliamo, abbiamo paura. Quando torno in Tunisia e sento il muezzin, mi succede qualcosa, non potrei spiegarlo, è irrazionale. Oggi parliamo di lotta al terrorismo, ma i mezzi non sono sufficienti. Nel libro, Lena lo comprende. Mi chiedo come possa farlo un paese”. Che se lo chieda una musulmana e non gli occidentali ci dice già moltissimo. Forse troppo.

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