I cavalieri oscuri

Mattia Ferraresi

New York. Alle undici e mezza di sera Walmart è popolato quasi esclusivamente dai commessi dei fast food che puliscono alla fine del turno. Un raro cliente che fa la spesa a quell’ora per evitare la ressa s’accorge che in filodiffusione parla una voce familiare: è quella di Jordan Peterson lo psicologo canadese diventato famoso per i suoi video e podcast in cui dissacra, senza battere ciglio, i dogmi del politicamente corretto. Il cliente si ferma ad ascoltarlo. Il ventenne che pulisce i pavimenti se ne accorge. Gli sguardi si incrociano per un attimo e un cenno d’assenso sigilla il loro patto segreto. Poi uno torna alla spesa, l’altro continua con lo straccio, ma entrambi sanno di essere incappati in un nuovo alleato.

 

Il lettore di The American Conservative che ha raccontato questo episodio dice che si è sentito come in quella scena di “Fight Club” in cui il protagonista si rende conto che ovunque sono sparsi capitoli e sussidiarie del segretissimo consesso. “Poi – continua il lettore – ho pensato a Jordan Peterson, e mi sono reso conto che Chuck Palahniuk stava profetizzando l’emergere di figure come la sua, che lo volesse o no”. Detto altrimenti: lo scrittore aveva prefigurato l’Intellectual Dark Web, una categoria piuttosto oscura – appunto – di intellettuali che dalle loro piattaforme del web s’imbucano alla grande festa delle idee correnti e fanno un gran casino. Una specie di carboneria digitale che cospira, senza un piano preciso, contro il mainstream ideologico. I protagonisti dell’Intellectual Dark Web non hanno un progetto comune, non hanno sottoscritto un manifesto, non firmano appelli, non sono d’accordo fra loro e non fanno gioco di squadra, ma i loro estimatori hanno decretato che fanno parte di una famiglia comune. Quando si incontrano, la sera tardi in un Walmart semivuoto, si riconoscono in un istante.

 

L’Intellectual Dark Web è nato come un sito, creato da un autore ignoto, che raccoglie i profili di una serie di iconoclasti che distillano pensieri contromano. Lo ha chiamato così seguendo la definizione di uno dei membri, il matematico Eric Weinstein. Fra questi c’è il conservatore anti Trump Ben Shapiro, le femministe eretiche Christina Hoff Sommers e Camille Paglia, c’è il superateo Sam Harris e il superpositivista Steven Pinker, c’è il principe della libertà di parola nei campus, Jonathan Haidt e l’attivista britannico Maajid Nawaz, c’è l’ingegnere epurato da Google James Damore e la libertaria di origini somale Ayaan Hirsi Ali, e molti altri. Sul New York Times l’opinionista conservatrice Bari Weiss ha raccontato in un articolato saggio l’ascesa di questo gruppo eterogeneo e informale, affaticandosi non poco nel rispondere alla domanda cruciale: in cosa credono gli intellettuali del dark web? Weiss ha elencato alcune delle tesi che promanano da quel mondo: “Ci sono fondamentali differenze biologiche fra uomini e donne. La libertà di parola è sotto assedio. La politica dell’identità è un’ideologia tossica che sta distruggendo la società americana”. Gli intellettuali del dark web sostengono, insomma, idee ed evidenze elementari che non nell’alto medioevo ma giusto dieci o quindici anni fa erano legittime e presentabili, mentre ora sono relegate nel lato oscuro del dibattito. Che costoro si muovano sulla scena è un’ottima notizia per chi è allergico ai dettami del politicamente corretto, ma presentarli come i rappresentanti della ridotta dei reietti non è un capolavoro di marketing.

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