“Il ‘68 ha liquidato mille anni di giudeo-cristianesimo”

Giulio Meotti

Roma. Nel maggio del 1968, di cui ricorre il cinquantenario, Marcel Gauchet, Jean-Pierre Le Goff e Paul Yonnet stavano seminando il caos nella Facoltà delle Belle Arti di Caen. Chi avrebbe allora potuto immaginare che quei tre sarebbero diventati i più lucidi critici del Sessantotto? “Eravamo diventati una banda di terroristi intellettuali” ricorda Jean-Pierre le Goff nella prefazione di Zone de mort, il libro postumo appena uscito di Paul Yonnet. All’età di ventidue anni, Yonnet si ammala del morbo di Hodgkin e un senso di urgenza gli permette di liberarsi quasi subito di ogni inibizione. Gauchet farà i conti con il ’68 ne La Révolution des droits de l’homme, in cui mette in guardia contro l’estensione all’infinito dei diritti individuali che guidano “la guerra di tutti contro tutti”, mentre Jean-Pierre Le Goff ha appena pubblicato contro il ’68 La France d’hier. Paul Yonnet i conti li aveva già regolati nel suo Voyage au centre du malaise français, in cui parlava dell’antirazzismo come della grande evoluzione della “generazione del 1968” e la trasformazione della società in un “popolo adolescente”. Nel suo libro-testamento, Zone de Mort (Stock), Yonnet racconta il proprio percorso verso l’abisso che va di pari passo con quello di una Francia in fase di disintegrazione.

  

Al ’68 dedica un libro un altro naufrago disilluso della sinistra, Michel Onfray, 528 pagine appena pubblicate da Grasset sotto il titolo L’autre pensée 68. Non fu un “simulacro di rivoluzione”, come ebbe a chiamarlo Raymond Aron. No, per il filosofo più popolare e prolifico della sinistra conservatrice, il ’68 è stata una vera rivoluzione. “E’ l’inversione di tutte le figure di autorità: il Padre, il Capo, il Professore, il Poliziotto, il Marito”. Il pazzo di Foucault o lo schizofrenico di Deleuze fornirono modelli di pensiero, riflessione o azione a colmare il vuoto lasciato dalla distruzione dei vecchi valori. “Non volevamo più il generale de Gaulle, volevamo Sade che facesse soffrire l’umanità. L’inversione dei valori non è l’abolizione, ma l’inversione degli stessi, come le dita di un guanto”. Il ’68 fu un “grande momento di scristianizzazione”, ma anche un “grande passo verso il nichilismo” scrive Onfray. Fu quando “l’umanesimo cristiano ha lasciato il posto a un antiumanesimo”. Un capitolo del libro si intitola “le crepe dell’occidente”. Il Maggio impone l’esatto contrario del paolinismo cristiano: “Preoccupazione per questo mondo, passione per la carne, filosofia del desiderio, ricerca del piacere, liberazione della sessualità, trasgressione del proibito, rimozione di qualsiasi sudditanza”. Eccola dunque la vera rivoluzione di cui parla Onfray: “Il ’68 è una vasta impresa di distruzione consustanziale al crollo di più di mille anni di civiltà giudaico-cristiana”.

  

Nel libro, Onfray riporta l’antologia degli slogan che scandirono quello smottamento post-cristiano. In un ascensore di Nanterre: “Godere”. In una scala al SciencesPo: “Felicità permanente”. In una lavagna alla Sorbona: “Sapete che ci sono ancora dei cristiani?”. In una di Nanterre: “Il sacrosanto, ecco il nemico”. Per finire sul boulevard Saint-Germain: “Basta con le chiese”. Ma avverte Onfray, facendo il verso ad André Malraux, avant qu’une autre civilisation ne la remplace”... Prima che un’altra civiltà la sostituisca. E non sarà tenera con chi diceva “proibito proibire”.

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