Montale e quel decisivo snobistico mito inglese

Matteo Marchesini

“Con Montale siamo sempre all’ombra di un albergo di lusso”, pare abbia detto una volta Roberto Longhi. Non è solo uno di quei sulfurei epigrammi letterari che allora diventavano subito leggenda: è l’intuizione che nell’autore delle “Occasioni” la cornice suggestiva viene nascosta con la stessa mossa da prestigiatore con cui la si evoca. Il poeta “senza errori”, gran sarto depresso del nostro Novecento, lascia intravedere orizzonti sublimi proprio mentre scarica la loro sontuosità su amuleti negletti, o mentre fa coincidere la preziosa incastonatura lessicale con un termine tecnico, così da allontanare l’accusa di estetismo. Parte della sua fortuna dipende anche da questa abilità nel concedere a sé e al lettore un’aura di nobiltà mitica senza pagarla, ossia nel velare e insieme nell’esaltare quel fondo d’indicibile patetismo, di romanzetto e kitsch su cui anche la più armata poesia moderna conta per spiccare i suoi balzi. Molto cinema tra le due guerre si può immaginare dietro certi tagli lirici, che come il montaggio sullo schermo permettono di serbare solo il clou dell’esistenza eludendo l’onere della durata reale: un barbaglio di sigaretta nel buio sgranato, un eroismo in apparenza rovesciato in amara ironia ma rivendicato con più orgoglio, il feticismo di bei gesti e arredi di scena, la tempesta storica che candisce coi suoi fulmini gli scompartimenti notturni dei treni.

   

Questa sublimazione reticente, che consente di sostare ad libitum sulla soglia del novantacinque per cento della vita di cui si rimanda la conquista sine die, fa poi libidinoso contatto con la doratura del classico: nell’opera di Montale, la contingenza più privata o giornalistica incontra per l’ultima volta la gloria ratificata dai filologi. Dove lo sfondo “di lusso” può invece scoprirsi senza reticenze, allargando la visuale intorno ai flash e alle dediche della “Bufera”, è tra i reportage che il poeta pubblica sul Corriere nel secondo Dopoguerra, e che riflettono il riposato agio di chi scrive sussurrando “è lavoro, sono io a metà”. Mondadori ha ristampato da poco quelli di “Fuori di casa”, dove i paesaggi sono molti: Cinque Terre, Inghilterra, Francia, Portogallo, Grecia, Sankt Moritz, Usa, Gerusalemme vista al seguito del Papa, la Siria oggi devastata, la Spagna e la Catalogna in perenne “concordia discorde”.

  

Diluite e rese affabili, si trovano qui quasi tutte le tonalità montaliane più tipiche, coi loro addensamenti descrittivi e i loro scatti musicali: la pennellata impressionista, l’atmosfera di dantesca tregenda, e quello che Marco Forti chiamò “grottesco charlottiano”. Particolarmente felici le equivalenze critiche tra luoghi reali e letterari, lasciate cadere con sapiente svagatezza, mentre i dialoghi su Dio sembrano appena dei tappabuchi infilati tra battute mondane e note pittoresche: più religiose, in un certo senso, le digressioni sui volatili, migrati dai versi senza perdere il loro cupo carico simbolico. In questo elzevirismo spicca l’affinità con Emilio Cecchi. Cecchiani sono i capoversi sulle donne, in cui sotto il sorriso spunta un’allarmata misoginia; e cecchiana è la riduzione a dimensioni casalinghe di ciò che appare troppo grande o provocatorio: come Picasso, per cui circola ovunque una sotterranea antipatia pari almeno alla simpatia mostrata per l’estro meno chiassoso di Braque. Anche la ferocia del franchismo è un po’ miniaturizzata; ma dipende dalla nostalgia dell’individualista per le civiltà arretrate, che seppur illiberali si preservano dalla massificazione.

  

Lo spazio maggiore spetta comunque ai paesi ricchi. Con gli intellettuali francesi, che tendono al doppio mento da ambasciatori, Montale ha buon gioco nel recitare la parte dell’intervistatore finto-umile; agli anglosassoni s’inchina invece come ai modelli che hanno rimpiazzato quelli di Parigi. E’ infatti su uno snobistico mito inglese che il poeta ha costruito la sua sagoma matura: esibendo uno humour scettico da romantico refoulé, e ammirando nel dandismo isolano un contegno che significa “pietà dell’uomo verso se stesso, autoironia, gusto di distinguersi dalla massa amorfa, desiderio di dare uno stile alla vita”. La massa amorfa è l’umanità ridotta a carne da macello o da farcitura mediatica, a cui s’arrende furbescamente il vecchio autoparodista di “Satura”. A dire il vero, quando Montale esordì la modernità europea aveva già bruciato le sue carte: passando da un esistenzialismo neoclassico a un modernismo arduo e a un crepuscolarismo informale, lui ha replicato una parabola esaurita da un pezzo. Ma col suo falsetto astuto ci ha convinti che solo dopo Eusebio sarebbe venuto il diluvio.

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