Assunto per il talento. Licenziato per le idee. E’ la stampa mainstream, bellezza!

Giulio Meotti

Roma. Qualche mese fa il settimanale francese Valeurs Actuelles mise in copertina “il tribunale dei benpensanti”. Una sovrastruttura formata da femministe, antirazzisti, islamogoscisti, ideologi del gender, vegani, magistratura militante, giornalisti impegnati che mirano a instaurare un “nuovo ordine morale” basato sulla “dittatura dell’eufemismo” e lo shaming dell’avversario. Ne sa qualcosa Kevin Williamson, uno dei migliori scrittori conservatori d’America, eclettico a proprio agio fra libertarismo e conservatorismo, capace di definire Donald Trump “una stupida scimmia che prende l’ascensore” e che ha suggerito di “spostare” le comunità della Rust Belt americana che hanno votato per il presidente degli Stati Uniti. In questa veste, Williamson si era ricavato una visibilità e un talento senza pari alla National Review, la casa del conservatorismo americano. Per questo alcune settimane fa l’Atlantic, raffinato e rinomato magazine di cultura liberal mainstream, aveva deciso di assumere Williamson. Anche per dare l’impressione che il giornalismo non fosse arroccato nel proprio, maggioritario progressismo. “Kevin Williamson: assunto per il suo talento, licenziato per le sue idee”, ha twittato Noah Rothman di Commentary. Così infatti è andata.

 

Williamson non ha fatto in tempo a scrivere per l’Atlantic un articolo sulla fine dei libertari che la rivista lo ha gentilmente messo alla porta. I social avevano, infatti, iniziato a riesumare alcuni suoi tweet sull’aborto come omicidio e sui transgender, trasformando Williamson in una “non persona”. Il direttore dell’Atlantic che lo aveva assunto, Jeffrey Goldberg, aveva inizialmente difeso la scelta, dicendo di non voler giudicare il suo nuovo talento per alcuni vecchi tweet. Ma incalzato da giornalisti e un mob anonimo che spadroneggia sui social, Goldberg ha poi scritto al suo staff che le idee e il linguaggio di Williamson sono “in contrasto con la tradizione dell’Atlantic, con un dibattito rispettoso, ben motivato e con i valori del nostro posto di lavoro”. E tanti saluti al talento conservatore.

 

La lobby pro aborto Naral Pro Choice America aveva nel frattempo iniziato la campagna #FireKevin. Erick Erickson, uno scrittore conservatore di spicco, ha spiegato sulla Cnn che il caso Williamson “è un altro promemoria sul fatto che gran parte del conservatorismo americano si trova non ghettizzato per scelta, ma per l’attivismo della sinistra”. “Le opinioni di Kevin Williamson sull’aborto lo mettono fuori dal mainstream” aveva scritto Goldberg. “Ed è stato licenziato dall’Atlantic semplicemente per essersi rifiutato di abiurarle”. Sì, abbiamo capito bene.

 

“Non si tratta di un brutto tweet o di una cattiva visione”, ha continuato il commentatore della Cnn Erickson. “Riguarda la sinistra che vuole il monopolio della pubblica piazza”. Succede ovunque, non soltanto in America. Per alcuni tweet sulle donne, il giornalista Toby Young ha perso un lavoro dal governo inglese e due incarichi nelle università britanniche. Duecentomila persone avevano pure firmato una petizione che ne chiedeva la testa. Fare una battuta è ormai sufficiente per vedersi rovinare la carriera. I tweet, infatti, non invecchiano o muoiono mai, sono sempre freschi come il giorno in cui sono stati digitati. Jon Ronson, il giornalista inglese autore di “So You Be Been Publicly Shamed”, parla di una inquisizione digitale simile agli americani delle prime colonie che avevano la palizzata dove legare il reietto. Hester Prynne di Nathaniel Hawthorne ha dovuto indossare la lettera scarlatta “A”. Oggi c’è lo stigma dei social media.

 

Kevin Williamson ha rinunciato al suo vecchio lavoro, ha scritto un solo articolo per la sua nuova rivista, è stato licenziato a causa di vecchi cinguettii e ora è a spasso. Ma il monopolio della monocultura è salvo.

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