La maledizione di Napoli, che avrebbe bisogno di più giornalisti a raccontarla

Simonetta Sciandivasci

Roma. Il 31 marzo scorso è morto a Roma Luigi De Filippo, di quei De Filippo lì, di quella Napoli là. Era un meraviglioso attore e uomo di teatro, come tutti quei De Filippo lì. Su Napoli, una volta, ha detto: “Il golfo mi fa pensare a un’acquasantiera in cui farsi il segno della croce”. Qualsiasi cosa sia la napoletanità che – così s’è letto su molti giornali – il mese scorso avrebbe trionfato ai David di Donatello e impresso alla città l’X-Factor del riscatto, non c’entra un fico secco con quel modo di sentire, del mare di Napoli, la maledizione e la misericordia, né con quello sciogliersi d’amore e di paura per lei. “Nella vita io porto il cuore di bronzo, ma se c’è una cosa che mi indebolisce è l’amore per Napoli”, scrisse, in una lettera alla sua amica Olga Ossani, Matilde Serao (emigrata a Roma perché “devo guadagnarmi il pane e qui non è possibile. Troppa bellezza. Troppo Vesuvio”). Nella napoletanità che ci continuano a propinare nelle fiction Rai (vedi Sirene), nei film da assessori al turismo (vedi Napoli Velata), nel giornalismo emotivo, non si scioglie proprio niente e neppure c’è Napoli: c’è solo una città servita e spazzata, che assomiglia a una Roma inesistente e molto tenue. Il giorno prima che Luigi De Filippo morisse, è stato candidato allo Strega un libro di Marco Ciriello, Un giorno di questi (ed. Rubbettino), dove quella frase sul Golfo compare, in esergo, nel capitolo dedicato a Raffaele Cutolo, il capo della Nuova Camorra Organizzata, uno che “ho sempre pensato che non sapesse nuotare; si portava dietro una drammaticità solida, tipica della terra”. A raccontare è un giornalista di cronaca nera di un giornale locale, “il Giornale Piccolo”, di quelli senza scrittori, finitoci a lavorare perché gli piaceva scrivere e, soprattutto, doveva scappare dal padre, che voleva a tutti i costi vederlo diventare notaio, e dal padre della sua fidanzata, ultraquarantenne aspirante notaio impazzito appresso al concorso per diventarlo, “come certi cinesi durante il mandarinato”.

 

Sono gli anni Ottanta e a Napoli si muore per strada in un modo che abbiamo smesso di ricordare e nemmeno sappiamo più immaginare, la camorra è spietata e provinciale, ma sta diventando un’altra cosa e Pupetta Maresca, alle nove di sera, è già a letto. Fare la nera significava, allora, tenere sempre i piedi nel sangue, però pure entrare a casa delle mamme dei calciatori (a Napoli usa, quando a una famiglia succede una cosa bellissima o bruttissima, lasciare la porta di casa aperta, in modo che tutti possano entrare, a festeggiare o confortare: quando segna Gateano Musella, la mamma apre la porta e il nostro cronachista entra e si fa offrire il caffè), incontrare Califano ubriaco, ascoltare almeno uno dei tanti ingegneri del Vomero che “ne aveva sempre fatta una, dal decifrare Nostradamus a scindere l’atomo”; imparare a riconoscere le persone dalle sigarette che fumano (“Le Muratti erano le sigarette dei bancari, ma anche quelle che fumava Giuseppe Patroni Griffi che poi a cena sui pacchetti consumati scriveva i suoi romanzi); andare da Nicola Pugliese a chiedere consiglio su come scrivere dell’ultima alluvione e trovarsi davanti uno che “aveva qualcosa di ferito a morte, mise subito le cose in chiaro dicendomi che la pigrizia era la sua ragione di vita”.

 

Nicola Pugliese, Nunzio Gallo, Pupetta, il circolo Bellavista di Luciano De Crescenzo, il Principe di San Severo, Joe Marrazzo: Ciriello ce li fa incontrare tutti per farci incontrare Napoli, “piena di canaglie”, e mostrarcela dal loro lato. E’ un incontro d’amore e guerra, che a chi non è napoletano serve a capire che la sola truffa noiosa e fessa ambientata a Napoli è la napoletanità di cui parlano adesso i giornali e che, quelli che la odiano, magnificano. E siccome Napoli, adesso, ha bisogno, più che di sceneggiatori, di giornalisti bravi che si sentano feriti e innamorati a morte, quando la guardano (così è stato per Serao, Siani, Pugliese), questo è un libro bellissimo su come il ventre di Napoli, se solamente lo riesci a trovare, è il miglior master possibile. “Il problema di Napoli è l’assenza: di cosa lo devi scoprire tu”. Parola di Pugliese.

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