Il mix che trasforma il “Giudizio universale” di Michelangelo in uno show totale

Giuseppe Fantasia

Roma. L’arte e la religiosità a Roma s’incontrano e interagiscono spesso, ma solo nella Cappella Sistina, ai Musei Vaticani, raggiungono la fusione perfetta. Quei duemilacinquecento metri quadrati di grande pittura, considerati senza ombra di dubbio il più grande ciclo di affreschi della storia, visti nel loro insieme, compongono il manuale base dell’arte italiana. Immagini che abbiamo ben impresse nella mente, che hanno incantato e che continuano a incantare milioni di persone ancora oggi che sono passati secoli dalla loro realizzazione. Sui due lati ci sono le storie di Mosè e di Cristo con all’opera i grandi pittori del Quattrocento – da Perugino a Botticelli, dal Signorelli al Ghirlandaio – mentre nella volta c’è Michelangelo che ci lavorò tra il 1508 e il 1512 per poi tornarvi a dipingere ad affresco il Giudizio Universale, inaugurato da Papa Paolo III nell’ottobre del 1541. All’inizio, però, l’artista non era molto convinto, perché diceva di essere uno scultore e non un pittore, sebbene avesse dimostrato l’esatto contrario realizzando il “Tondo Doni”, la sua unica opera certa di pittura mobile, oggi agli Uffizi. Il problema erano anche i pessimi rapporti col Pontefice precedente, Giulio II (che lo aveva chiamato tre anni prima per realizzare un monumento funebre che andasse a celebrare le sue imprese papali e il suo amore per l’arte), e la sua personale convinzione che la Cappella Sistina fosse brutta. Gli sembrava un granaio, troppo grande e troppo vuoto e – come scrisse in un sonetto – “non essendo il loco bon né io pittore, non potrò fare ben il mio lavoro”. Per fortuna, le cose andarono diversamente, vi si dedicò giorno e notte, lavorando praticamente da solo, fino a farne l’opera straordinaria che tutti conosciamo.

 

 

A distanza di secoli, in quest’èra digitale, non poteva che intervenire uno come Marco Balich – l’uomo delle spettacolari cerimonie olimpiche da Torino 2006 a Rio 2016 oltre all’Albero della Vita dell’Expo di Milano – che grazie alla consulenza scientifica dei Musei Vaticani, diretti da Barbara Jatta, ha deciso di offrire un nuovo punto di vista sulla genesi della Cappella Sistina. Il risultato è Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistine Chapel, un grande show a sua firma capace di unire le tecnologie più sofisticate al racconto di un capolavoro assoluto.

 

I sessanta minuti (con repliche in inglese) guideranno lo spettatore nella genesi di quest’opera unendo performance teatrale ed effetti speciali, la musica di superstar come Sting, atteso alla prima di oggi all’Auditorium Conciliazione e che ha composto il testo originale del Dies irae del XIII secolo creando un nuovo chorus setting per orchestra da camera e un coro di ottanta elementi registrato a Londra, e le parole dell’attore Pierfrancesco Favino – la voce di Michelangelo – oltre a nuove tecnologie unite a millenarie tecniche pittoriche. Ci saranno anche le musiche di John Metcalfe, la supervisione teatrale di Gabriele Vacis, le proiezioni a 270° realizzate grazie ai proiettori al laser ad alta luminosità, la co-regia di Lulu Helbek e le scenografie dello Stufish Entertainmnet Architects, il team di scenografi già responsabile, tra i tanti, dei palchi di The Rolling Stones, U2, Lady Gaga e Madonna.

 

Insomma, un giusto mix tra un musical, un balletto, uno spettacolo teatrale e un film, “uno show totale”, come lo ha definito Balich, che si è detto convinto che lo spettacolo, prodotto da Artainment Worldwide Shows e in cartellone per un anno – “avrà un grande riscontro anche in altre parti del mondo”, essendo “la ricetta giusta per far parlare bene dell’Italia e di Roma”. Chissà, considerato il fiasco registrato dal musical Nerone la scorsa estate al colle del Palatino. Stavolta, però, nel caso del Giudizio Universale i quarantamila biglietti già venduti fanno pensare (e sperare) che andrà meglio. L’importante è non tornare a far sentire Michelangelo “uno spirito dentro un’ampolla di vetro” – come lui stesso si definì in una poesia – e a non fargli pensare che “la vera allegrezza è la malinconia”.

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