Il paradosso di Pinker: il mondo va a gonfie vele, ma la gente si ostina a dire che sta male

Mattia Ferraresi

Il mondo veleggia spedito verso i lidi del benessere ineluttabile, ma per qualche sortilegio o illusione ottica collettiva la gente si ostina a dire che sta male. Ci sono addirittura paesi sviluppati in cui, facendosi beffe della statistica, significative maggioranze elettorali danno mandato di governare a partiti che cavalcano un malessere sentito ed espresso che non trova riscontro nelle positivistiche misurazioni di ricchezza, sicurezza, diritti, potere d’acquisto, agio e felicità. Il divorzio fra ciò che è esperito e ciò che è percepito è uno dei molti paradossi di questa strana crisi di mezz’età dell’uomo contemporaneo, e solitamente il contrasto si risolve invocando gli spettri della manipolazione e del rincoglionimento propagandistico alimentato, all’occorrenza, dai troll di Putin.

   

Andrew Sullivan, commentatore conservatore ma che ha militato negli avamposti di molte battaglie sociali progressiste, a cominciare da quella per i diritti gay, ha messo il dito in questa piaga interpretativa rappresentata da due araldi molto discussi: Steven Pinker e Patrick Deneen. Il primo canta, accompagnato da una ricca sinfonia di dati, i sempre crescenti benefici dell’età moderna e del suo lascito; il secondo annuncia il fallimento di quello stesso schema. Con il suo Enlightenment Now, figlio del fortunatissimo The Better Angels of Our Nature, il professore di Harvard apre gli occhi al lettore accecato dai pregiudizi e dalle falsificazioni intorno alla propria condizione, spiegando per filo e per segno che nel mondo di oggi, figlio dei lumi, si vive meglio, più a lungo, con più risorse e più disponibilità di beni di qualunque altro periodo nella storia dell’umanità, e non c’è ragione per pensare che il progresso improvvisamente decida di inserire la retromarcia. Anzi, ci sono ottime ragioni per credere che domani sarà meglio di oggi, come testimonia anche il primo lettore e recensore di Pinker, Bill Gates. La ricerca farmaceutica risolverà tutte le malattie e pure gli interrogativi della psiche, la scienza economica provvederà al benessere, leggi e diritti in costante perfezionamento assicureranno la giustizia sociale, e così via.

  

Sullivan, che di Pinker è un ammiratore, sul New York Magazine ha osservato il punto debole del discorso pinkeriano, che non ha a che fare con le osservazioni specifiche – inoppugnabili, per gli standard del metodo scientifico – ma con la sua “visione generale”, sintetizzata così: “La vita è semplicemente una serie di ‘problemi’ che la ragione può ‘risolvere’ – e ha risolto. Quello che non afferra completamente è che la soluzione ai problemi non finisce mai, per definizione; gli uomini si adattano a nuovi standard di benessere materiale e hanno bisogni sempre più grandi, e che nulla di tutto ciò risolve la realtà esistenziale della nostra mortalità. E nulla di tutto ciò offre sostegno spirituale o significato. In realtà, può rendere il significato molto più difficile da raggiungere, e da qui deriva il tormento dell’anima moderna”. Al contrario, Deneen nel suo Why Liberalism Failed dice che l’idea moderna e liberale ha fallito, e il suo fallimento consiste proprio nel suo successo. La modernità illuministica ha raggiunto e acquisito tutti i successi che Pinker squaderna con fervore datificante, ma al prezzo di eliminare la dimensione paradossale, ironica, tragica e infine metafisica dell’esperienza umana. Le due prospettive, osserva Sullivan, non sono in diretto contrasto: “Sia Pinker che Deneen hanno ragione, ma Deneen è più profondo”, cioè considera una dimensione dell’esistenza umana che sfugge completamente a Pinker, troppo impegnato a dire che va tutto bene e a scandalizzarsi del fatto che qualcuno si lamenti della condizione contemporanea.

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