Berlino si scopre a passeggio con gli intellettuali della Repubblica di Weimar

Andrea Affaticati

C’è modo e modo di visitare una città, in particolare una città come Berlino. Certo, con le app che affollano gli schermi degli smartphone, la guida stampata d’un tempo, più che d’antan appare giurassica. A parte il fatto che le sezioni dove mangiare e dormire, anche ai tempi di massima diffusione della guida tradizionale, rischiavano di essere sorpassate già al momento della pubblicazione.

  

Le guide cartacee dunque, sono a rischio di estinzione. Certo c’è chi tutt’ora non si muove senza la famosa guida rossa del Touring o, per i più cosmopoliti, sempre di rosso rilegata, la tedesca Baedeker. Ma si tratta di antiquariato puro, nel senso dell’oggetto ovviamente.

  

C’è però un altro genere di vademecum che rimane intramontabile, al di là delle moderne diavolerie. Si tratta dei libri che raccontano di una città, un paese per bocca di chi vi ha vissuto, ci vive o ne ha studiato la storia attraverso un personalissimo approccio. E’ il caso del volume appena pubblicato (Neri Pozza) “Berlino – Città d’altri”. A scriverlo è stato Luigi Forte, germanista e ordinario di Letteratura tedesca presso l’Università di Torino. Lui usa la chiave degli scrittori che nella capitale tedesca dai primi del Novecento agli anni tra le due guerre, cercano qui un punto di approdo, un nuovo inizio ma anche la loro perdizione. Forte racconta, come recita anche il sottotitolo, “Il turismo intellettuale nella Repubblica di Weimar”.

   

Nella capitale tedesca erano approdati tra l’altro Robert Walser e Franz Kafka. Lo scrittore svizzero esattamente come il suo collega praghese in fuga, desiderosi di cominciare tutto da capo. Il primo alla ricerca di un riconoscimento letterario che a casa gli veniva negato, nonostante gli apprezzamento per i suoi scritti “I fratelli Tanner” , “Jakob von Gunten” espressi da Hermann Hesse, Max Brod, Kurt Tucholsky. A Berlino Walser capitò la prima volta nel 1910 con molte speranze e altrettante paure. Forte cita un passaggio del breve racconto “Würzburg”, nel quale Walser scrive: “Credo che Berlino sia la città destinata a vedere il mio crollo e la mia rovina, oppure il mio sviluppo e la mia fortuna. Una tale città mi farà prendere coscienza che forse non sono totalmente privo di buone qualità. A Berlino imparerò, presto o tardi, con mio grande piacere, ciò che il mondo vuole da me e ciò che, da parte mia, voglio da lui”. Anche Kafka sperava, non tanto nella fama, già ottenuta, ma in un nuovo inizio, come giornalista. All’amica Greta Bloch nel marzo del 1914 scrive fiducioso: “Credo però di sapere con certezza che dalla situazione libera e indipendente in cui mi troverò a Berlino (sia pure misera nel rimanente), trarrò l’unico senso di felicità del quale sono ancora capace”. Per entrambi non andò così, per quanto Kafka riuscì a intrecciare anche un rapporto amoroso con Felice Bauer, che lo portò per cinque anni a fare il pendolare tra Praga e Berlino.

  

Per chi conosce Berlino, man mano che procede nella lettura, è come se comprendesse, almeno per un attimo, il perché del suo magnetismo. Basta allontanarsi dai percorsi turistici per captare qua e quel fascino vagamente decadente e proprio per questo così irresistibile.

  

Tutt’altro motivo aveva spinto, invece, la diaspora degli intellettuali ebrei della Mitteleuropa a cercare un nuovo Zuhause, posto dove stare. Tra questi Joseph Roth, per il quale la capitale tedesca rappresentava, come racconta Forti, “lo sfondo inquietante di oscure trame, di tensioni devastanti. (...) Lohse, protagonista del romanzo ‘La tela di ragno, è un prodotto storico, il primo esemplare di una generazione stregata dal populismo, da pifferai cinici e sanguinari”. Ed è dalle pagine di Roth che viene a comporsi l’immagine di Berlino come una “Babilonia tedesca che lui sviscera in ogni suo aspetto contribuendo criticamente al mito della metropoli degli anni Venti e offrendo ai posteri un affresco singolare dell’epoca”. Una Babilonia che tra le due guerre costituirà un richiamo irresistibile per i cosiddetti Oxford Boys, cioè Christopher Isherwood, Wystan Hugh Auden e Stephen Spender.

  

Ma tornando a Roth, alla sua Berlino, deve rileggere lo scritto “L’autodafé dello spirito” pubblicato nel 1933, quando già si trovava a Parigi, nei “Cahiers de Juifs”. Lì Roth sottolinea che sono stati soprattutto gli scrittori ebrei arrivati nella capitale tedesca a valorizzare il suo paesaggio urbano. Sono stati loro a scoprire i caffè e le fabbriche, il bar e l’hotel, la banca e la piccola borghesia della città. Vale la pena, dunque riprenderli in mano.

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