La vita nella bolla

Giuliano Ferrara

Pubblichiamo l’articolo che Giuliano Ferrara ha scritto per il numero 80 di Aspenia in uscita a giorni in edicola.


    

Il ritiro dalla vita pubblica ha apparenza solenne, elegante, ma inganna. Il pensionamento operoso, curioso, fa un po’ ridere, ma almeno non illude. La bolla è fatta d’aria, inconsistente, ma copre, riscalda, protegge nella stagione fredda. Dopo una vita di fede, che retrospettivamente pare insensata, si torna alle opere. Leggere, scrivere e far di conto. Il mondo sempre più incantato non consente un vero disincanto. Capisco chi non obbedisce all’invito di Totò, rivolto a un vegliardo: “Cavaliere, lei ha novant’anni, non insista!”.

  

Mia moglie, americana, dice che bisogna morire con gli stivali. Io, europeo, me li sono tolti. L’attivismo dei sessantenni, e oltre, ha alcunché di encomiabile, per quanto in certi casi grottesco. Si procurano qualcosa da fare senza stare troppo a pensare se abbiano qualcosa da dire. Una forma veggente di cecità. Li ammiro quando militano, fanno scissioni, si candidano, pubblicano a raffica, twittano, compaiono, leadereggiano.

  

Stare nella politica, nel mutamento del mondo e della sua lingua, nelle stories di ieri e di oggi, ma come fissi in un paesaggio, senza pretese creative, non è cosa che li riguardi. Per me chi si procura un gran daffare over sixty è un personaggio di Pixar, il cocco di un disegnatore segreto che lo fa muovere e commuove il pubblico con un prestito d’anima.

   

I bassotti, anzi le bassotte, hanno sostituito autorevolmente nel mio caso l’obbedienza richiesta a una redazione con la devozione senile loro dovuta. Amicizie coltivate con la massima cura possibile stanno al posto della passione sempre un po’ dispotica del signor direttore.

  

Trump è un signore molto affaccendato con il Sé di cui mi piace sapere tutto e sparlare all’occasione in modo del tutto irresponsabile e senza considerazione per il mio Sé. Studiosi mi chiedono colloqui sulla politica estera dell’epoca di Berlusconi: bene, sarà come informarli sul Congresso di Vienna (1815), un brodo di giuggiole. Tuttavia, la curiosità progredisce, il mondo del Cinquecento mi sembra attuale come le elezioni in Italia, come la stella luccicante di Emmanuel Macron, e continuo nel mio mestiere un po’ inutile di osservatore finché un qualche Totò mi dirà: “Direttore, non insista!”.

  

Il bello di questo paramletico nuovo ordine delle cose è che si può contemporaneamente esserci e non esserci. Informarsi diventa naturale, abituale e serissimo come nutrirsi, ascoltare musica, guardare fuori dalla finestra senza l’ansia di essere riguardati. Ma la bolla ha da essere senza scopo, mobile e leggera, spero di essere ricordato al massimo come un master of the short writing; spero di ripetermi senza ottusità e senza noia, il che non è facile ma non è impossibile.

   

A volte mi domando che cosa mai farei se non fossi curioso e mi rispondo: niente, farei niente. La curiosità è tutto, only connect, come diceva E. M. Forster. Tanto più la si può coccolare, innaffiare, alimentare, tanto meno ci assedia e minaccia la vita produttiva immediata, con le sue gerarchie, criteri e frettolosi impulsi. Si legge un sermone di Lutero o una lettera dell’Apostolo, ci si trova immersi nel peccato, nel mio caso senza nemmeno la presunzione fideistica di essere salvati, e molte cose oscure diventano perspicue, ma gratuitamente, e la stessa tecnica di connessione curiosa, non mistica, non introversa, vale per un documento della Banca d’Italia o un dossier sulla sicurezza nazionale americana, forse perfino per un’intervista di qualcuno al Corriere della Sera.

  

All’ospitata tv, e Dio ne guardi ai programmi, si sostituiscono lunghe passeggiate. Nel corso delle quali, come mi era già successo durante un’altra lunga pausa televisiva, c’è chi ti domanda se sei andato in pensione (i cagnolini aiutano la fantasia), chi si informa sulla tua salute (diretto’, la salute tutto bene?), chi ti dava per trapassato (come disse la ragazza di un coattone al quale negai per stizza la mia identificazione come Giuliano Ferrara: a Se’, a Sergio, te l’avevo detto che era morto!).

  

Meglio questo affetto beneaugurante che il tassì per appuntamento, il lungo viaggio agli studios, la sosta in camerino con strani tipi, la performance obbligata e ripetitiva su questioni che non interessano davvero chi interroga né chi risponde, non parliamo di chi vede e ascolta, applauso. Le passeggiate sono una grande risorsa, ma questo si sapeva dai tempi del Savoiardo. Fatte in città e teatri diversi, sono anche un modo per soddisfare Pascal e muoversi soltanto nella propria stanza, ma muoversi.

  

La bolla non aguzza l’ingegno, che ha il suo destino, come i libri. Non ringalluzzisce necessariamente la salute fisica, che trae benessere o malessere in eguale misura dallo stress della vita molto molto attiva. Non lenisce l’aspetto tedioso della partecipazione pubblica rimanente, delle relazioni umane automatiche, dell’esserci come missione o vocazione. Però con il non esserci diventa possibile finalmente ridimensionare il soggetto, non più sentirsi autore di sé.

 

E qui interviene una specie di apertura spirituale alle cose vecchie e nuove, un movimento circolare della mente che abolisce il tempo cristiano lineare, l’idea fulgida ma compromettente che qualcosa debba venire, e si ritorna ogni giorno ai vecchi buoni cicli delle culture antiche, pagane, senza per questo perdere la dovuta devozione che ti appartiene per nascita e battesimo. La storia si ripete, e nel tuo caso sai che nasce già come farsa, non hai più bisogno di premesse serie, cause, motori immobili, la vita diventa in certo senso puro divertimento.

  

Tutto diventa allora meno importante, anche se non si perde il sottile strato di angoscia che accompagna questo tempo, tutti i tempi, forse. Lo slittamento dalla politica alla cultura, dall’attività di partiti, Stati, istituzioni al definirsi delle idee nel mainstream e sulle rive del fiume, diventa piano piano irrecusabile. Trasparente per costituzione chimica, la bolla ha una sua opacità. Però tendono alla chiarità le cose oscure, dice un Osso di Montale, e se ti abbandona la questione del chi sei e per che cosa sei fatto, affari di religione di politica di etica, emerge prepotente l’interesse per come sei fatto, se esista la società o abbia ragione la Thatcher, come si dispongano gli individui nel letto sfatto, storico, che si sono approntati.

  

Non si può non pensare al grande illusionista bordolese, a Montaigne, che diceva di descriversi come un passaggio dell’essere, ben chiuso nel suo studio, e invece, mendace, raccontava l’esserci del suo secolo con famosa maestria oracolare. Altra lingua, altro mondo, d’accordo, altro latino, altro liuto, tutto così inesorabilmente diverso da quanto si possa mai ricavare da un periodo indefinito, che chiamare secolo è forse un abuso, non più Novecento e non ancora altro.

  

Che cosa aiuta chi ha smesso di chiedere aiuto? Segni. In una mattinata di freddo e sole, e vento, per esempio, si inoltra come una sorpresa il russare sibilante di una cagna. La piccola e grande speculazione, come lo short writing inessenziale e la cura della vita privata, sono invariabilmente accompagnati da segni, suoni, note. L’appartarsi, se volete l’appartamento, si riempie di cose che significano e non ti distraggono, non scrivono più per te la loro agenda, ti lasciano assorbire il tuo tempo e il tuo ritmo, componente determinante della tua musica, del tuo fraseggio, in un dolce clima di inaspettata libertà. Le notizie ci sono, talvolta in carta talvolta nell’occhio livido del monitor, ma non sei tenuto a inseguirle: le assimili per quello che valgono secondo il tuo giudizio molto appellabile, le filtri con la maggiore selettività possibile, pronto a condividere la conversazione di cui saranno matrice, l’esegesi brillante e comune di fatti che di per sé sono, per usare un neologismo, taediumfähig, capaci di noia.


  

Nella bolla si realizza l’Aussteigen, lo scendere, sbarcare, il cambiare vita, ma non come salvarsi da una petroliera in fiamme, come cambiare bus, piuttosto: un atto ordinario sia per chi vi è costretto sia per chi lo sceglie. Ecco, credo di aver scelto l’aggettivo giusto. Nello stare al mondo non c’è alcunché di straordinario salvo il fatto di starci. Ciò che appare come il tutto, al di là dei diritti delle “invisibilia”, le misteriose forme alle quali si viene chiamati a credere, si risponda o no all’appello, si sia o no ordinariamente materialisti. La giornata nuova, il tempo nuovo, si comprime, già finita prima di essere cominciata. Bisogna resistere alla peggiore delle tentazioni: la motivazione. E’ una formula buona per le scienze sociali, cattiva per l’arte di vivere. Spiegarsi, spiegare, cercare torto e ragione, sono attività abbastanza frivole, almeno viste dalla bolla. Si resta pugnaci, e tenaci, ma con tutte le riserve del caso.

  

La bolla è una forma di narcisismo disapplicato. Ci si disfa di un eccesso di make-up senza restare tragicamente pallidi, consunti. Ci si allontana dal centro senza perdersi in una ideologica periferia esistenziale. Ci si veste con maggiore sobrietà restando in qualche senso dentro la moda. E le cose vengono altrettanto scandite che fuori della bolla, ma le si può leggere meglio, in filigrana, come si dice. Il vuoto fu inventato, non si tratta di novità, e ha un paradossale risvolto politico nell’epoca del troppo pieno, del rutilante, dell’inaudito kitsch in cui si viene immersi dall’incessante movimento delle masse. In fondo il vuoto bollaceo è una piccola impresa innovativa, senza pretese colossali, quasi senza gara, una start-up molto particolare e mediamente redditizia.

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