È difficile sopravvivere a credenze e complotti, se c'entra l'amore. Ma si può

Paola Peduzzi

Milano. Tara vive sotto una montagna, la sua protezione, il suo punto di riferimento. Alza gli occhi e la montagna c’è, e questo le basta, perché suo papà le ha detto, ripetuto, urlato che il suo mondo, il loro mondo, nasce e finisce lì, sotto al Buck’s Peak, in Idaho, l’unico orizzonte desiderabile. Per il tempo che ancora manca da vivere, a loro e all’umanità intera, perché con l’arrivo del nuovo secolo tutto finirà, non c’è vita negli anni Duemila. Ma qui, ora, contano soltanto i messaggi di Dio, e quel che Gene, il padre, predica. Non si va a scuola, non si va dal medico, non ci si cura (vaccinarsi figurarsi), non si bada al figlio che mena la sorella e le mette la testa nel water, le rompe un polso, cerca di ucciderla e poi ammazza il cane: non c’è crimine peggiore che dire la verità. Si rispetta la parola del Signore, e si attende l’inevitabile, spettacolare fine: Gene detta le regole e istruisce i figli, la mamma Faye è la curatrice, un’ostetrica senza licenza che prepara infusi e tisane, e un “muscle testing” che è un segnale diretto di Dio che parla attraverso le dita di questa madre che vede i figli farsi male, mentre lavorano nel giardino e nelle baracche di fieno del marito, gambe bruciate, tagli profondi, dita perse, e usa gli oli essenziali come unico, salvifico rimedio. Non è accettato null’altro, per Tara non esiste altro: ha scoperto che esiste una cosa chiamata ospedale perché una delle sue sorelle, tra le imprecazioni di Gene, ci è dovuta andare per forza, per non morire. Tutto quel che accade fuori da questa famiglia è pericoloso, demoniaco, spaventoso: attorno si muove il male, incarnato dallo stato, dai giornali, dai libri, dai ragazzi, l’unico rifugio è fidarsi delle credenze e delle manie del padre, anche quando col camioncino finisce quasi per investire la figlia.

 

Tara Westover ha raccontato in “Educated” la sua storia: ultima di sette fratelli, è riuscita a fuggire dalla sua famiglia di fondamentalisti mormoni quando aveva diciassette anni, ora vive nel Regno Unito, ha chiuso i rapporti con la sua famiglia quando ha deciso di andare all’università, ha studiato e recuperato quegli anni, ma ancora dice: sono più le volte che devo chiedere “chi è? cos’è? quando è successo?”, di quelle in cui sa di che cosa si parla attorno a lei.

 

Quando era ragazza si vergognava, come la prima volta che è andata a casa di un’amica a tredici anni e non sapeva cosa fosse una frazione, ora non si vergogna più. “La sopravvissuta” ha un messaggio potentissimo, ha scritto di lei Amy Chua, la tiger mom che di metodi educativi ne sa qualcosa: si può uscire dalle bolle dei pregiudizi, dei complottismi, delle credenze scambiate per scienza, e poi riuscire anche a vivere. Ci vogliono un po’ di fortuna e un po’ di coraggio, un abile terapista, la capacità di separare l’amore che hai per i tuoi genitori dai genitori stessi, nel momento in cui vedi tuo padre senza parole, con lo sguardo perso e la crisi isterica facile quando il nuovo millennio arriva e il mondo è ancora tutto lì, al sole.

 

Il distacco ha un prezzo alto, quella parola, “puttana”, che ricorre nelle accuse di tuo padre, di tua madre, del tuo fratello violento, non esce più dalla testa, mentre le credenze cadono una alla volta, pesanti, e l’orizzonte va oltre la montagna. La salvezza è proprio lì, quando le teorie fittizie che ti hanno accompagnato fin dalla nascita si presentano nella loro irrimediabile falsità e stupidità: i critici che hanno recensito il libro hanno sottolineato soprattutto la forza della fuga, ma altrettanto potente è il modo con cui le credenze dei padri e delle madri plasmano la visione del mondo dei figli, come una falsità, una bufala, si autoalimenta anche di fronte a un polso rotto o a un cane morto nel giardino – l’incapacità di vedere se non attraverso i propri filtri ideologici e politici. Quando Tara riesce ad andare in un liceo, scandalizza compagni e insegnanti chiedendo: cos’è l’Olocausto, non l’ho mai sentito nominare. E mentre pensi che qui, nel nostro mondo istruito, tutti sanno cos’è l’Olocausto, ma molti comunque lo negano, Tara Westover fornisce, nella sua ultima riga, la cura: c’è chi la chiama trasformazione, la sua, chi la chiama sopravvivenza, per suo padre è soltanto un tradimento, “io la chiamo educazione”.

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