Sandra Petrignani ha scritto in questo libro,
La corsara, appena uscito per Neri Pozza, un lungo e attento ritratto, più di una biografia, più di una ricostruzione narrativa: è partita dalla conoscenza e dall’ammirazione per le opere di Natalia Ginzburg, l’ha intrecciata con l’incontro personale, la frequentazione degli ultimi anni, ha incontrato le persone che l’hanno conosciuta bene e hanno lavorato con lei, ha esaminato i ricordi degli altri, le parole scritte dagli altri su Natalia, ha visitato le case e i paesi in cui Natalia ha vissuto, da bambina e da adulta, ha parlato con i parenti che hanno voluto parlare con lei e con gli amici ancora vivi. Soprattutto ha usato le parole di Natalia Ginzburg per raccontare Natalia Ginzburg, le ha messe in fila con attenzione e cura, confrontandole e trovando corrispondenze con gli accadimenti della vita, ha esaminato lettere private e scoperto segreti. Non li ha svelati tutti, ma ha dato il senso di una infelicità lungamente addomesticata, superata continuamente dalla gioia e dal dovere del suo mestiere di scrivere. Natalia che appena assunta alla casa editrice Einaudi si era fatta dare una chiave e andava in ufficio anche la domenica e passava le ore in silenzio, a studiare, tradurre, scrivere e leggere i libri degli altri. Che si sentiva, i primi anni, “una scopacessi”, e non riuscì a far pubblicare
Se questo è un uomo di Primo Levi, perché non aveva abbastanza fiducia nella forza del suo giudizio, si fidava molto più di Cesare Pavese, di cui ha poi scritto un ritratto indimenticabile, raccolto nelle Piccole virtù (Einaudi). Ma pochi anni dopo si è battuta per il diario di Anna Frank e ha vinto. Ha cercato anche nelle parole degli altri la limpidezza e la forza, si è sempre commossa per le storie dei bambini, e ha avuto tanti bambini, da cui negli anni dell’invasione tedesca è stata lontana per necessità di salvarli (ha dovuto accettare, con grande dolore, di nascondere Alessandra in un istituto di suore), e poi spessa è stata lontana per scrivere, per seguire la sua vocazione e le indicazioni di suo marito Leone. Anche quando si è risposata con Gabriele Baldini che, ha detto qualcuno degli amici, faceva da cuscino tra lei e il mondo, con la sua allegria, il fascino, la mondanità e la facilità alla vita (Lui e io è l’irresistibile racconto di due personalità distanti e unite), e ha avuto altri figli, anche altri amori, non è mai venuta meno al suo compito: scrivere. Non per consolazione, o per piacere agli altri. Con nessun altro scopo che scrivere. “Mi pare di scrivere meglio perché ti amo”, ha detto in una lettera a Salvatore Quasimodo, conosciuto durante un viaggio in Polonia e amato finché il tempo lo ha permesso, finché lui si è sposato, finché la passione ha trovato una corrispondenza.