Basta chiamarle fake o post verità: insieme sono un demoniaco "mito soreliano"

Guido Vitiello

L’angelo di Dio si prese l’anima, quello infernale si accanì sul corpo: il contenzioso sovrannaturale sul destino di Bonconte ebbe tutto sommato una soluzione semplice, con mutua soddisfazione dei litiganti. Ma cosa fare quando sono due diavoli a disputarsi la tua carcassa? A Parigi, negli anni Trenta, l’ambasciatore della Russia bolscevica e quello dell’Italia fascista si fecero avanti quasi simultaneamente per farsi carico della tomba di un uomo caro a entrambi i regimi, Georges Sorel, che il governo francese aveva abbandonato all’incuria. Oggi molti altri pretendenti potrebbero reclamare il sepolcro dell’autore delle Réflexions sur la violence, già che il mito populista e nazionalista – lo ha notato, di passaggio, Giuliano Ferrara sul Foglio del 9 gennaio – non è un’utopia, “ma appunto un mito soreliano, una ‘chiamata alle armi’”.

 

Questa cornice demonologica è necessaria perché è di un’orribile tentazione che voglio oggi parlarvi (del resto nella carriera di ogni monaco, foss’anche un padre weimariano che prega per scongiurare l’apocalisse della Repubblica, non può mancare un diavolo che viene a tormentarti in cella); ma è necessaria anche per un’altra ragione, perché il mio primo incontro con Sorel, ormai molti anni fa, avvenne appunto per vie infernali. Capitolo venticinquesimo del Doktor Faustus di Thomas Mann, dialogo tra il musicista Adrian Leverkühn e un Mefistofele allampanato in berretto sportivo e giacca a quadri, venuto a proporgli un patto. Caro amico, gli dice il diavolo, la tua tendenza a correre dietro alla cosiddetta verità è meschinamente borghese; “ciò che t’innalza, ciò che aumenta il tuo senso d’energia, di potenza e di dominio, corpo del diavolo, questa è la verità… fosse pure cento volte menzogna se considerata sotto l’angolo visuale della virtù”.

 

E’ un diavolaccio soreliano, come sarà evidente qualche capitolo più avanti, quando Mann parlerà delle Réflexions sur la violence: “La rude ed eccitante verità del libro era in sostanza: che i miti popolari, o, meglio, fabbricati per le masse, sarebbero diventati il veicolo dei moti politici: fiabe, fantasie e invenzioni che non occorreva contenessero verità razionali o scientifiche per fecondare, per determinare la vita e la storia, e dimostrarsi in tal modo realtà dinamiche”. Ecco, forse è tempo di staccare dai nostri dossier certe etichette di fattura recente e di pessima colla – una è post-truth, l’altra fake news – per poi riunirli in un solo faldone che porti una dicitura più antica: “mito soreliano”. Diventerà più chiaro, allora, che tra quei due termini, la post-verità e le false notizie, si è instaurato un circolo ermeneutico così stretto che ha ormai l’aspetto di un cappio a cui impiccare l’uso pubblico della ragione. Dal tutto alle parti, dalle parti al tutto: il grande mito mobilitante si riflette nelle notizie false, disseminate come messaggeri a ogni angolo del mondo cablato; le notizie false illustrano il mito e ne nutrono la potenza – un reciproco inverarsi nella comune menzogna. Cosa può, davanti a questa trappola infernale, la rincorsa delle rettifiche e delle smentite? Fare le pulci ai demagoghi bugiardi, per benemerito che sia, non è forse attività servile, un rimuovere parassiti e impurità dal vello del maschio dominante?

 

Ed eccola, la tentazione con cui il Mefistofele di Mann ha messo alla prova questo povero frate weimariano: il cupo sospetto che l’unica arma per sconfiggere il mito populista e nazionalista sia un mito di pari potenza e suggestione, ma di segno contrario. Saremo costretti a inventarlo, come estremo rimedio? O sarebbe la capitolazione finale alla logica del bestione trionfante? Quel che è certo è che siamo su un terreno demonologico ed esorcistico; e ho sentito di spiriti maligni scacciati in molti modi, ma mai con le denunce alla polizia postale.

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