La nostra domanda di verità rivela un realismo sempre più debole

Giovanni Maddalena

“Ma è una storia vera?”. La domanda spesso si sente negli androni dei cinema, nelle discussioni pre – e post – proiezione in casa e in birreria, mentre si scorrono le liste personalizzate delle serie di Netflix o di Amazon. Alle volte, invece della domanda, sentite la stessa espressione come affermazione conclusiva, quasi sigillo di approvazione: “Ed è una storia vera!”

 

In epoca di discussione sulla post verità, l’affermazione tanto ripetuta risveglia l’attenzione e qualche considerazione. Quale sarebbe il valore aggiunto del fatto che la rappresentazione letteraria o cinematografica riproduca in forma drammatizzata qualche evento storicamente accaduto? I Promessi Sposi sono forse meno belli perché non sono mai accaduti? O la Divina Commedia meno interessante perché non si possono visitare i luoghi nei quali si svolge la vicenda? Pietroburgo non è forse ancora più intrigante perché vi si trova la casa di un Raskolnikov mai esistito? E, per rimanere al cinema, che cosa ci importa davvero della storicità delle vicende della mafia caponiana a Chicago o degli scenari distopici di Black Mirror?

 

La nostra richiesta di verità delle storie illumina in realtà due aspetti della nostra cultura. Il primo, evidente anche in tutta la vicenda delle fake news, è che nonostante decenni di cultura scettica, di decostruzione delle verità acquisite, di sospetto sul realismo ingenuo del credere che ci siano delle cose e dei segni delle cose – delle immagini, dei suoni, delle parole – che a essi si riferiscono, la nostra naturale sete di rapporto tra mente e mondo non si è spenta come non è mutato il desiderio di vedere accadere eventi all’altezza dei nostri migliori desideri. Il secondo aspetto, meno positivo, è che per soddisfare quest’esigenza ricorriamo spesso a un realismo molto povero, rischiando di annullare così la ricchezza e la plurivocità della realtà stessa. La nostra domanda di veridicità non riguarda infatti i significati che ci vengono proposti ma solo la mera storicità degli eventi, il fatto che essi siano potuti o possano cadere sotto i nostri sensi. Eppure, la domanda migliore sulle puntate allucinogene di Black Mirror non è sul fatto se esistano già certi strumenti tecnologici ma quale ne siano le problematiche e i significati. E’ più interessante capire il significato e la magia del circo che non sapere se davvero Barnum aveva una moglie con cui era stato fidanzato fin da piccolo. E anche a proposito della moglie, è più interessante capire i significati dell’amare che conoscere i dettagli storici di matrimonio e tradimenti.

 

Questo realismo debole, che la nostra domanda rivela, è il frutto di quello che Tolkien e Barfield, il suo amico filosofo, chiamavano il nominalismo che ha diviso la realtà, le rappresentazioni della realtà e i suoi significati. Mentre la domanda sulla verità dovrebbe riguardare il rapporto tra questi tre termini, noi chiediamo solo della storicità che è soltanto uno dei fattori della realtà. Anche in fase creativa riusciamo raramente a far crescere segni, parole e rappresentazioni originali, emanazione di un’esperienza profonda del mondo e dei suoi significati. Per questo ci rifugiamo spesso nell’autobiografia, nei racconti delle esperienze private che poi per essere interessanti devono sempre essere più forti, più violente, più strane. Un realismo ricco, che considera come realtà anche i significati, le idee, i sentimenti, i concetti è più capace di uscire dalla dimensione individuale dell’esperienza per immaginare mondi e storie piene di significati di ogni tipo. Siamo diventati idolatri di parole vuote o di immagini senza significato, diceva Barfield. E lo siamo diventati così tanto da aver paura ora di perdere contatto con la realtà a cui ci aggrappiamo almeno per l’aspetto più storico e fisico, deboli nella capacità di crescere segni e simboli. Almeno nelle rappresentazioni letterarie e cinematografiche occorrerebbe invece crescere la creatività che si sprigiona da un realismo ricco, molto immedesimato con il proprio oggetto e per questo infinitamente capace di produrre storie e significati. Alla domanda “ma è una storia vera?” viene così da rispondere “spero proprio di no!”.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.