Il politicamente corretto fa un salto di qualità con la fatwa contro Ta-Nehisi Coates

Giulio Meotti

Roma. In un articolo di copertina sull’Atlantic ha attaccato Donald Trump come “il primo presidente bianco” della storia americana, quello che ha adottato una identità etnicistica, agitando le differenze razziali. Ha scritto un libro sulle Pantere nere. Nei suoi romanzi ha dato orgoglio alle nuove generazioni di afroamericani. Ha dedicato alla presidenza Obama il libro “We were eight years in power”. Ma per i gerarchi del politicamente corretto, queste credenziali di Ta-Nehisi Coates non sono sufficienti.

 

Così, con un articolo sul Guardian, il docente di Harvard e anche lui intellettuale afroamericano, Cornel West, ha attaccato il celebre scrittore e giornalista Ta-Nehisi Coates dipingendolo come un nero di corte, “volto del liberalismo” afroamericano, sottomesso all’establishment, silente sulle vere ingiustizie. “Raccoglie i benefici dell’establishment neoliberista che premia i silenzi su questioni come l’avidità di Wall Street o l’occupazione israeliana di terre e persone palestinesi”, scrive West di Coates. “Qualsiasi analisi o visione del mondo che ometta la centralità del potere di Wall Street, le politiche militari statunitensi e le complesse dinamiche di classe, genere e sessualità nell’America nera sono troppo strette e pericolosamente fuorvianti. Così stanno le cose con la visione del mondo di Ta-Nehisi Coates”. West lo accusa di tacere sulle “pratiche capitalistiche predatorie e le politiche imperialistiche (di guerra, occupazione, detenzione, assassinio)”. Coates incarna allora “il rifiuto dell’élite nera di affrontare povertà, patriarcato o transfobia”. In breve, lo scrittore “feticizza la supremazia bianca. La rende onnipotente, magica e inamovibile”. West dice di “rifiutarsi di disconnettere la supremazia bianca dalla realtà della classe, dell’impero e di altre forme di dominio - sia esso ecologico, sessuale o altro. Lo stesso non si può dire per Ta-Nehisi Coates”.

 

L’articolo di West è stato rituittato da centinaia di femministe, intellettuali afroamericani e anche da Richard Spencer, il leader suprematista bianco: “He is not wrong”, ha scritto Spencer del saggio contro Coates. “Esco, non sono entrato per questo”, ha risposto Coates annunciando la chiusura del suo account twitter che aveva un milione e duecentocinquanta mila follower. Poi ha cancellato l’account. Un caso che dimostra la regola secondo cui il politicamente corretto è come il Saturno che divora i propri figli di Goya. Era successo anche il mese scorso a una femminista di primo piano, che si è vista ritirare l’invito a parlare all’Università di Cambridge, dopo che gli attivisti transgender si erano opposti alla sua presenza. Linda Bellos era stata invitata dalla Beard Society al Peterhouse College annunciando che avrebbe “messo in discussione pubblicamente alcune ‘transpolitiche’”. Bellos è donna, nera, ebrea, lesbica e femminista. Ma non bastava. Doveva anche essere accondiscendente sui trans. Lo stesso valeva per Coates. Il fatto che il grande scrittore afroamericano, uno dei più brillanti della sua generazione, firma di punta di tutti i media che contano, non parlasse male del capitalismo, del complesso militare-industriale, di Wall Street o non varcasse le nuove frontiere della lotta Lgbt lo ha reso inviso. Per i suprematisti bianchi, Coates resta un nero. Per i militanti della giustizia sociale afroamericana, Coates non è abbastanza nero. Per queer e femministe, Coates è solo un nero che non parla di rivoluzione gender. Il politicamente corretto è un fanatismo come l’estremismo islamico: ci sarà sempre qualcuno più puro di te che ti dice perché meriti di morire.

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