I presupposti culturali della nostra civiltà

Alfonso Berardinelli

Sarà una presunzione intellettualistica o un fazioso azzardo dire che la cultura, il presupposto culturale, il substrato permanente di comportamenti, idee, gusti e valori è oggi non meno ma ancora più politicamente decisivo di ieri? Lo si tocca con mano leggendo giornali e settimanali. Dovunque si apra e si sfogli, si viene invitati a focalizzare temi di discussione e problemi culturali di vasta o vertiginosa complessità. Il nostro mondo funziona e disfunziona in tutti i campi a velocità crescente. Da due secoli, dai tempi delle prime ferrovie, delle prime navi a vapore, dei primi telegrafi, non si fa che correre, percorrere, bruciare i tempi, accelerare e moltiplicare i contatti e i conflitti. L’azione, l’agire, la politica, non solo ne subiscono l’influenza, ma si muovono adeguandosi alle infrastrutture comunicative della nostra civiltà.

 

Apro l’ultimo numero speciale dell’Economist intitolato “The World in 2018” in cerca di oroscopi geopolitici numericamente fondati, che mi rendano il prossimo anno meno imprevedibile: e alla sezione conclusiva, “Culture” (sezione seguita subito dopo dai necrologi!), mi trovo davanti l’eterna domanda: “What is civilisation?”. L’articolo si apre con una riflessione di John Ruskin, secondo il quale le grandi nazioni scrivono la loro autobiografia in tre diversi testi: il libro dei fatti, il libro delle parole e il libro della loro arte. Ruskin scriveva a metà Ottocento. Il suo occhio clinico era ossessionato dalla devastazione che in Inghilterra lo sviluppo industriale esercitava sulle forme artistiche, sulla capacità di percepirle e sul gusto collettivo. Il pessimismo di Ruskin sulla decadenza artistico-sociale è noto per la sua radicalità. Il suo bisogno di bellezza (è stato scritto) nasceva da un “ardore di fede puritana”. Etica, estetica, società e spirito civico erano per lui una cosa sola. Ma certo l’idea che dall’età gotica in poi non si è fatto che decadere, oltre che poco incoraggiante, è anche discutibile.

 

Comunque l’ampiezza di visione che ci fa leggere il presente alla luce di un lungo passato è tuttora indispensabile alla riflessione, qualunque sia il giudizio conclusivo che ne ricaviamo. Per alcuni l’umanità non è stata mai tanto civile, ricca, felice, sicura e comoda. Per altri stiamo invece avviandoci velocemente verso l’autodistruzione mentale, politica, morale, civile, ecologica. Dallo stesso articolo dell’Economist si ricava un utile principio di senso comune: avvertiamo un particolare bisogno di capire, di definire che cos’è civiltà soprattutto quando la vediamo in pericolo, quando constatiamo che è fragile, instabile, vulnerabile, per l’incombere mai del tutto scongiurato della sua possibile distruzione. Non c’è progresso né economico né tecnico che ci preservi e ci salvi dai nostri vizi e dalle nostre ottusità. Nelle mani di un cretino, un’arma supermoderna diventa più pericolosa.

 

Si parla di sintomi di fascismo e nazismo riemersi di recente. Usare quei termini storici è una facile scorciatoia che ha il solo merito di creare un giusto allarme. Si tratta però, più semplicemente, di violenza, prepotenza, criminalità in maschera. Del resto anche l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler erano in maschera. Le maschere però, come le ideologie, non solo rivelano, ma nobilitano e sublimano: un bastone ornato da una svastica si dà molta importanza, ma resta un semplice e brutale bastone. Non c’è bisogno di “combattere il nazismo”, oggi, per combattere quel bastone. Basta impedire di usarlo all’energumeno che minacciosamente lo impugna.

 

La copertina dell’ultimo numero dell’Espresso, piuttosto ben fatta, gioca col termine “civiltà” nel senso sia di “maniere civili” che di cultura in senso globale. Lo Scontro di Inciviltà sarebbe quello che si sta esprimendo come “politica dell’odio” e del disprezzo: “Insulti, violenze, minacce. E intolleranza verso le idee dell’avversario. Che diventa un nemico da distruggere. Così l’Italia va al voto nel modo peggiore”. E poi: “Non solo Web: gli auspici di morte, le irrisioni e le ingiurie sessuali vengono anche dalla politica e dal giornalismo”. Il male ha la sua estetica, molto più apprezzata dell’estetica del bene. Il bene non dà i brividi, il male sì (anche il nietzschiano Roberto Calasso, fautore dell’Oltreuomo, disse anni fa che la bellezza si riconosce dal fatto che dà i brividi. A me fa l’effetto contrario: mi trasmette un confortevole senso di calore. Le streghe, con i loro lineamenti uncinanti e le loro grida stridule, fanno venire i brividi. Le fate trasmettono relax, inducono al sorriso, fanno venire voglia di dare bacetti).

 

Il fatto è che ogni degenerazione politica è preceduta da uno stile adeguatamente degenerativo. Quando anni fa arrivò la mania di vestirsi esclusivamente di nero, di metallizzare il corpo, di infilarsi anelli e chiodi ovunque possibile (orecchi, naso, lingua, ombelico e chissà dove) si poteva ipotizzare che barbarici anelli e chiodi si fossero analogamente infilati anche nei lobi del cervello e nei ventricoli cardiaci. Non so se Ruskin avesse tutte le ragioni. Ma certo le arti e l’estetica che diffondono portano impresso il diario, se non l’intera autobiografia, di una cultura, epoca, popolo, generazione, ecc. Anche le teste rasate e le voluminose barbe islamiste sono un carnevale, uno scherzo. Ma come diceva Freud, non c’è scherzo che non dica una cosa seria. Nel corso di un amplesso, dire “lurida troia” invece che “tenero amore mio”, non promette bene.

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