Viva il Presepe

Camillo Langone

Forse qualcosa si sta muovendo, forse l’angelo è riapparso ai pastori, forse il presepe sta tornando. Come se si stesse diffondendo (del tutto spontaneamente, non ricordo autorevoli interventi né ecclesiastici né laici in proposito) la consapevolezza che quello inventato da San Francesco a Greccio nel 1223 non è uno dei tanti simboli del Natale, è l’unico simbolo del Natale. E che Spelacchio, il triste albero piantato dall’amministrazione romana nella triste Piazza Venezia, può tranquillamente seccarsi siccome il destino degli abeti è morire e quello degli abeti strappati alle foreste è morire anzitempo: ci penserà il presepe a vivere per sempre.

 

La disputa albero-presepe è vecchia come la Befana, le motivazioni dei rispettivi schieramenti sono abbastanza note come pure quelle dei sincretisti che ritengono compatibili le due tradizioni. Quest’anno a favore del presepe ho trovato una motivazione nuova. L’albero è bello solo quando è bello ovvero grande, luminoso, ricco, tant’è vero che le città fanno a gara per avercelo più sfolgorante e più alto. L’albero di Natale sobrio è una contraddizione in termini, al di sotto di una certa soglia di spesa mette soltanto malinconia. Insomma l’albero appartiene al dominio della quantità e funziona solo quando ostenta il suo vero culto, Mammona. Viceversa il presepe è bello ovvero poetico, evocativo, rincuorante, anche se modesto, e addirittura viene da pensare che la Natività più bella sia quella più semplice, che gli 800 pezzi dell’esagerato presepe Cuciniello non siano lì per adorare il Bambino bensì per soffocarlo. In casa mia non appendo quadri meno che eccellenti, non stappo bottiglie meno che esemplari, non mi annodo cravatte meno che superbe: eppure il giorno dell’Immacolata ho sempre fatto presepi frugalissimi e naif. Nei presepi conta davvero il pensiero, perché alle carenze dell’artigiano supplisce lo Spirito. San Francesco non poteva sbagliare, non poteva inventare una tradizione fondata sui soldi. Che meraviglia, se non fosse che la mistica povertà del presepe primigenio è l’alibi dei nostri piccoli presepi kitsch. Io ogni anno mi domando: ma perché non ho finalmente comprato un presepe della Scarabattola o almeno di Angela Tripi? Anche usato, anche di tre pezzi… Come mai in tanti mesi non sono riuscito a investire due o tremila euri in qualcosa che mi avrebbe reso molto e in eterno, diversamente dallo zero virgola, manco l’inflazione, che mi rende Chebanca? Razza di neghittoso.

 

Forse il presepe sta tornando, dicevo, e ho cominciato a pensarlo quando davanti alla chiesa di San Tommaso ne hanno montato uno, sul sagrato di Strada Farini e dunque visibilissimo ai passanti della movida e dello shopping, due brutte parole che non provo nemmeno a tradurre perché chi beve male e compra male non si merita altro. Non era mai successo, qui a Parma di solito i presepi stanno dentro, non fuori le chiese, ma siccome la maggioranza dei parmigiani sta fuori, non dentro le chiese, è una buona idea mostrare il Bambino a chi usa il Bambino per fare vacanze e scemenze e mai un ringraziamento. Per giunta a fianco di San Tommaso c’è il tempio di un’altra religione, un’enoteca asservita al dio Bio e pertanto frequentata soprattutto da donne (direi donne da yoga per far capire quanto un presepe urgeva). Il pensiero del ritorno del presepe mi si è consolidato a Torino, al ristorante Tre Galli di via Sant’Agostino, non lontano dalle piazze dello spaccio: all’ingresso lo sguardo è subito catturato da un presepino, anche questo inaspettato e particolarmente necessario. Infine ho ricevuto la buona novella del presepe appena realizzato dall’artista Vanni Cuoghi in materiali molto francescani, legno di risulta e carta acquerellata: notizia che giro a beneficio di chi, non andando oltre Maurizio Cattelan, crede l’arte contemporanea sinonimo di nichilistica sconsacrazione, e di chi, non andando oltre San Gregorio Armeno, crede il presepe sinonimo di turistico folclore. “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.

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