Vedere Re Lear per capire che madri e padri non sono intercambiabili

Simonetta Sciandivasci

In Scoop, Woody Allen dice a un certo punto “fai i figli e poi cosa succede? Sei carino con loro, li allevi, soffri, ti preoccupi, ma alla fine crescono e ti accusano di avere l'Alzheimer”. Mezzo millennio prima, Shakespeare aveva detto qualcosa di simile, e similmente tragicomico, attraverso Re Lear. Le frasi che quasi tutti i personaggi del Lear in scena al Teatro Argentina di Roma (fino al 10 dicembre, regia Giorgio Barberio Corsetti) insistono a dire, più d'una volta a testa, sono: “I suoi figli lo hanno ridotto così”, “le sue figlie lo vogliono morto”, “le sue figlie lo odiano”.

 

Prima dell'irresponsabilità, del potere, del vaniloquio, dell'iracondia, dell'avventatezza, a condurre sul precipizio il destino del re di Britannia c'è un dato che ci ostiniamo a seppellire, da quando abbiamo deciso che madri e padri sono interscambiabili: ai padri manca la garanzia della carne per essere amati. “Matrilineare, dote primordiale”, rimava Giovanni Lindo Ferretti in Tabula Rasa Elettrificata: è quella dote che Re Lear crede, ingenuamente, di poter comprare e ci prova quando domanda e comanda alle sue tre figlie - Goneril, Regan e Cordelia - di dirgli quanto lo amano, così che lui possa stabilire quale parte del suo Regno esse meritino di ricevere.

 

Al suo baratto cedono due figlie su tre: Cordelia, la più amata, gli risponde che non ha alcuna intenzione di adularlo per ottenerne un beneficio. Lui, che è monarca e patriarca, che è stato cresciuto nell'idea che “la natura fa a gara con il merito” e che, se esiste una misura per tutte le cose, è perché tutte le cose devono potere essere oggetto di scambio, reagisce senza pietà né intelligenza: bandisce Cordelia, la chiama ingrata, traditrice, serpe e si ripara nelle altre due, che gli garantiscono di occuparsi del regno, del governo, della servitù, delle guerre, dei confini, mentre lui potrà finalmente godersi il dolce declino della vecchiaia.

 

Infiacchito dal trono, Lear vuole tornare a essere un uomo, a festeggiare la vita e rintronarsi e sbandare senza conseguenze né per sé né per gli altri ed è per questo che cede il suo posto alle figlie. Lear s'illude, così, due volte: la prima pensando che l'amore filiale sia stipendio e la seconda ritenendosi in diritto di stancarsi del suo ruolo pubblico e di abbandonarlo. Al Corriere della Sera, Ennio Fantastichini, che interpreta questo Lear e lo colora di grottesco e pietà e lo libera dalla spietatezza di molte altre interpretazioni, ha detto: “Quando si è giovani si ha il diritto di sbagliare, alla mia età non è concesso”.

 

L'effrazione di una delle regole fondamentali della mortalità umana, ovvero che non si può essere vecchi senza prima essere diventati saggi, è una delle colpe più grandi di Lear. Dentro l'onere della saggezza, così come della responsabilità del proprio ruolo, Corsetti ci fa scorgere un'imposizione patriarcale che agguanta soprattutto il maschile. Il ruolo di un uomo è sempre una carica: Lear l'abbandona e il suo gesto non ha speranze di apparirci legittima liberazione e non può che essere diserzione. La critica femminista ha scorto nelle rappresentazioni del Re Lear - in particolare in quelle pre-novecentesche - il tentativo di addossare alla natura femminile la colpa della degenerazione del potere nel caos, a causa dell'insistenza nel tratteggiare come megere manipolatrici le due figlie, Goneril e Regan, che lo adulano per spartirsi la Britannia salvo poi ripudiarlo e indurlo alla follia non appena devono far fronte al suo ingombro. Janet Adelman ha scritto che Shakespeare ha replicato la logica sessista, costruendo la colpa di Lear come contaminazione di un retaggio materno. In realtà, questo è un dramma che si compie per l'assenza totale dell'ordine materno: non significa che Shakespeare ritenesse che il paterno fosse un ordine ubriaco e irresponsabile, vanitoso e spietato. Ma Shakespeare sapeva che le madri non hanno bisogno di essere riconosciute, mentre i padri sì: “Nella famiglia tradizionale il padre è sempre evanescente”, ha scritto Luigi Zoja ne Il gesto di Ettore. La storia della paternità non è solo la cronologia di una dialettica di rivalità tra padri e figli, ma pure il susseguirsi dei tentativi, disperati o goffi, dei padri di sentirsi visti, ammessi, riconosciuti, amati. Ci sono i padri potenti, che quel tentativo credono di poterlo girare a proprio vantaggio, come un assegno. E ci sono i padri e basta, che sanno di avere una sola scelta: trascorrere la vita a tentare di guadagnarsi il merito di esserlo. Sperando che nessuno li accusi di avere l’Alzheimer.

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