Il libro dell'anno

Giuliano Ferrara

Il libro dell’anno per me è il Lutero (1482 o1483-1546) di Silvana Nitti, edito dalla Salerno editrice (oltre cinquecento pagine, 29 euri). Lei è valdese, docente di Storia del cristianesimo e delle chiese alla Federico II di Napoli. E’ la nipote di Francesco Saverio Nitti e di Vincenzo, suo fratello, schiatte di atei radicali e di ferventi credenti. Non è che sa la materia, la sa molto molto bene ma non basta. Sa scrivere da Dio. E la biografia di Lutero è un racconto superbo, rigoroso e un po’ magico, con i diavoli, gli anticristi, le oche, i bambini, gli escrementi, il fulgore del genio teologico, la coscienza libera e obbediente, la Scrittura, la Fede, la giustificazione dell’uomo che è salvo e peccatore, la modestia dell’insegnamento e l’arte sublime della predicazione, una lingua viva e ardente, opuscoli e libri per un’opera omnia gigantesca, lettere sublimi, cavalli, carrozze, araldi imperiali, calcoli renali, stitichezze, tentazioni, la carne, l’amore di sé, la collera, la foresta, i castelli, gli uccelli, le lepri, la ribellione, il bando di Carlo V, la scomunica del Papa, i cardinali tomisti e quelli protoluterani, il sacerdozio universale che abolisce i preti, la fine del monachesimo, i venditori di riscatto dai peccati, i banchieri, l’edificazione, una nuova famiglia cristiana, i principi savi e convertiti, la scuola dei pastori, i fanatici e gli spiritualisti, la rivoluzione contadina soffocata nel sangue, gli ebrei mai conosciuti ma prima accettati come radice della fede veterotestamentaria e poi odiati con calore abissale, le reliquie, i roghi, l’apocalisse, il regno che viene, la fine dei tempi, i conventi trasformati in pensionati per studenti e professori, la solidarietà, l’odio teologico che è il più grande che ci sia, la diffidenza, l’amicizia, l’amarezza, la vecchiaia, l’amore coniugale e quello paterno, e tutto che ruota intorno a una personalità che ha la forza di un ritratto di Lucas Cranach, tutto che ruota intorno a un raggio di tre quattrocento chilometri che ha per centro la modesta cittadina universitaria di Wittenberg, con una sorpresa finale: metà dei cristiani nel mondo è oggi, cinquecento anni dopo, di fede evangelica o riformata, insomma viene da lui, da Lutero come ispirazione e fonte originaria.

  

Taglio freddo e introspettivo

Scrivere di Lutero dopo Heinrich Denifle, l’ultimo domenicano che lo ha genialmente e scrupolosamente calunniato, dopo Lucien Febvre, anni Venti, che ha rovesciato Denifle con rispetto per la sua erudizione in un opuscolo di destino e di penetrazione ambiziosa, dopo Giovanni Miegge, che ha ritratto con talento immenso durante la Seconda guerra tutta la teologia del giovane Lutero, dopo l’ironia benevola e quacchera di Roland Bainton, dopo la monografia possente e pesante di Heinz Schilling, dopo la rilettura dell’uomo di fede e di libertà di Adriano Prosperi, scriverne dopo tutto questo e molto molto altro poteva sembrare un’impresa disperata. Invece Silvana Nitti aggiunge il gusto del ritratto personale del Riformatore dalla culla alla tomba, e sopra tutto l’insistenza originale e inedita sul Lutero dell’età matura, orgoglioso anti Erasmo e antiumanista, cazzuto e cupo apocalittico, a suo modo uomo di stato e di potere, trascurato e messo da parte spesso per ragioni ideologiche (è il costruttore di chiese, l’alleato dell’autorità, il controverso conservatore che si scatena contro i puri, i settari, gli anabattisti e si mette di malumore contro le altre tendenze della Riforma da Strasburgo a Zurigo a Ginevra).

  

Salvo il suo luteranesimo aperto e compatibile con i tempi, e ci mancherebbe, la Nitti non ha pregiudizi, ma non porge lo sguardo erasmiano di Prosperi, che pure nel suo caldo irenismo umanista le è collega ed è a molti maestro, e non ha tutta quella simpatia amicale per il grecista Filippo Melantone, il mediatore della confessione luterana ufficiale e riformata, che Lutero amava anche quando ne detestava le diplomazie e le timidezze.

 

La nuova e grandiosa biografa vive con il monaco agostiniano nella fortezza della Wartburg, nel castello di Coburgo, nel Monastero Nero, intreccia analisi storico-teologiche sottilissime con la freschezza della ricostruzione vitale, sempre con un taglio freddo e delicatamente introspettivo, con una mano santa, ispettrice e vescovile di donna sapiente e innamorata del suo oggetto, che è un soggetto come ce ne sono stati pochi nella storia bimillenaria del cristianesimo, uno che ebbe l’ardire di suggerire il peccato forte in cambio di una fede fortissima.

   

Uno che sapeva tutto di Dio, cioè niente, e sapeva tutto, ma proprio tutto, dell’uomo (altro che Freud). Il libro dell’anno ci spiega l’essenza di una storia che se Hollywood non fosse pigramente impegnata con le cose irrisorie metterebbe in sceneggiatura un paio di volte l’anno, ci spiega che la differenza da cinquecento anni in qua, la differenza luterana, eminentemente luterana, è questa: loro non dubitavano di Dio, ma di sé stessi sì, e molto, laddove noi, chiesa cattolica compresa, dubitiamo di Dio padre giudice misericordioso e lo mettiamo di lato o lo cancelliamo per scavare sotto e sopra noi stessi una terra e un cielo di benessere effimero e pusillanime. Un libro veramente magnifico.

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