Foto di Bernd Thaller via Flickr

L'America senza sogno americano di Offutt

Gianmaria Tammaro

“Nelle terre di nessuno” è un libro che mentre lo leggi lo vedi, un viaggio in quelle lande degli Stati Uniti dimenticate da Dio ma non dai cristiani

Nelle terre di nessuno” di Chris Offutt è un librettino di poco più di 150 pagine (156, volendo essere precisi) in cui una certa America, quella rurale e sconosciuta ai più, piena di boschi, di coyote e di colline fangose, viene raccontata splendidamente. Luci ed ombre, certo. Sono nove racconti diversi, lunghi poche pagine, ma forti di uno stile capace di ritrarre momenti, persone e posti con brevissimi fraseggi.

 

Finisce che li vedi: vedi l’orso che trancia di netto la testa di una bambina; vedi il padre arrabbiato che va a caccia con i parenti; vedi l’acqua che scorre senza sosta sul fianco di una collina, trascinando via uomini, bestie e macchine; e vedi le facce che si accartocciano, che digrignano denti e aggrottano fronti. Se ti concentri riesce a sentire anche la parlata svelta, dove consonanti mangiano vocali, dove gli accenti finiscono dove non dovrebbero finire e un punto di domanda sporca qualunque tono.

 

All’inizio di “Nelle terre di nessuno”, edizione di minimum fax, ci sono due pagine che compongono una mappa: ed è qui, mondo dimenticato da Dio ma non dai cristiani, che si svolgono le nostre storie. Storie tutte collegate in qualche modo. Non ambientate nello stesso periodo, però unite dal fil rouge della buona narrativa. Ci sono dialoghi di una franchezza e di una semplicità disarmanti, così veri e sinceri da far ridere. Poi ci sono situazioni particolari, emblematiche, difficili da dimenticare o da ignorare: c’è la partita a carte, per esempio: tutti gli uomini raccolti attorno a un tavolo, una stufa che brucia qualche passo più in là e una tormenta di neve che infuria fuori dalla porta; c’è l’ex-poco di buono diventato pastore che si ritrova al capezzale di un cadavere e che riscopre la propria natura; ci sono il nonno e il nipote, ancestrali, persi tra le fronde erbose del bosco, dove una piuma può fare una pista e un cervo può decidere di mostrarsi.

 

È un peccato che di “Nelle terre di nessuno” non si sia parlato molto; è un libro che merita di essere letto, che convince per la sua solidità e per la grandissima capacità descrittiva di Offutt. Agli scrittori non piace quando dei loro lavori si dice “potrebbero essere dei film”, eppure, va detto, qui più che mai la componente immaginifica e visiva è così potente da superare quella letteraria. Ci sono le parole, è vero, ma sono parole che fanno di un discorso una linea e di quella linea un disegno. E alla fine, come dicevamo anche prima, finisci per vederle: le storie, i luoghi, le persone.

 

Le terre di nessuno diventano le terre di tutti: si trova sempre qualcosa di riconoscibile, qualcosa di caloroso e plausibile; una scintilla di colore, una frase già sentita, un racconto andato, di precarietà e fatica, di sudore e schiene spezzate, e comunque un fondo distinguibile, appassionante, di speranza e voglia di fare. Non è il grande sogno americano, quello che Offutt racconta. Anzi. È l’amarezza della vita, l’importanza di avere fiducia in sé stessi, la magia e il misticismo che a volte, quando meno ce l’aspettiamo, si fanno più veri della verità stessa.

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