Tutto si tiene nella storia della penisola

Golpe e democrazia. I dieci giorni che cambiarono la Corea

Gli “Atti Umani” di Han Kang non sono un romanzo. La storia del massacro di Gwangju ci riguarda tutti

Giulia Pompili

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15 Ottobre 2017 alle 06:11

Golpe e democrazia. I dieci giorni che cambiarono la Corea

Gwangju, 18 maggio 1980, poco prima della repressione dei militari, almeno centomila persone stavano manifestando per la democrazia (foto: 5.18 Foundation)

Per la prima volta dopo dieci anni, lo scorso maggio i cittadini sudcoreani hanno potuto cantare una canzone che fino ad allora talvolta gli era stata proibita, talvolta era stata considerata inopportuna. La “Marcia per i nostri cari” poteva essere suonata soltanto dal coro ufficiale e dall’orchestra, durante la celebrazione che ogni anno si tiene il 18 maggio nella città di Gwangju, a trecentocinquanta chilometri a sud-ovest di Seul. Nel corso degli anni, più volte qualcuno aveva tentato di eliminarla dalle celebrazioni ufficiali, un modo per evitare di affrontare un passato ingombrante, difficile da giustificare. La presidente Park Geun-hye e il suo predecessore Lee Myung-bak, entrambi conservatori, sono stati criticati spesso per aver tentato di minimizzarne il significato, per il loro atteggiamento distaccato nei confronti di un episodio che è considerato la Piazza Tienanmen coreana. Perché il massacro di Gwangju fu più di un massacro. Fu una guerra civile di un paese diviso, nord contro sud, stato contro civili, esercito contro studenti. Un numero imprecisato di morti, che oscilla tra i 171 decessi certificati dai documenti del governo e i duemila. Quello che accadde in quei dieci giorni del maggio del 1980 ha profondamente cambiato la Corea del sud, ma nonostante questo, fino a poco tempo fa, se ne parlava poco. Escono libri, film. La storia della Corea del sud, in occidente, è studiata quasi sempre in relazione ai suoi rapporti con il Nord, ma difficilmente come entità a sé stante, come una nazione capace di evolvere in una democrazia, ed entrare tra le potenze mondiali. Eppure tutta la storia si lega, perfino le decisioni di oggi sono legate a quel passato.

 

Lo scorso anno il mondo si è accorto della Corea del sud durante i giorni delle proteste oceaniche e silenziose. Le manifestazioni che hanno portato all’impeachment della presidente Park, e poi al suo processo per corruzione e abuso di potere. Dopo, i coreani hanno votato il presidente Moon Jae-in, un democratico, che in qualche modo ricordava la figura di Kim Dae-jung – presidente della Corea del sud dal 1998 al 2003 e premio Nobel per la Pace nel 2000. Lo scorso maggio, Moon ha scelto come prima uscita pubblica del suo mandato le celebrazioni a Gwangju. Ha cantato lui stesso, insieme ai diecimila partecipanti, la “Marcia per i nostri cari”, e lo ha fatto piangendo. A fine agosto, ha ordinato al ministero della Difesa di Seul di riaprire le indagini sul massacro. Durante il massacro di Gwangju, Kim Dae-jung era stato sbattuto in prigione come oppositore politico e condannato a morte.

 

La guerra era finita da più di vent’anni. Al Nord era ancora saldamente al potere Kim Il-sung, l’uomo che nel 1950 aveva tentato di conquistare l’intera penisola coreana. Nel 1953 era stato firmato soltanto un armistizio, non un trattato di pace, e la situazione tra i due paesi era piuttosto tesa. Il Sud era ormai un altro stato, lanciato nel “miracolo sul fiume Han”, le riforme promosse dall’allora presidente Park Chung-hee – il padre della prima presidente donna della Corea del sud, finita sotto impeachment lo scorso anno – che portarono la Corea del sud a sedere al tavolo delle potenze asiatiche. Ma tutto ha un prezzo. Il generale Park prese il potere grazie a un colpo di stato (che fino agli anni Novanta era chiamata “rivoluzione”) nel 1961. Washington non avrebbe mai potuto permettersi di abbandonare le basi nella penisola coreana: quattro giorni dopo il colpo di stato, l’allora presidente americano John Fitzgerald Kennedy mandò un messaggio di amicizia a Seul. Park governò per quasi vent’anni, obbligando il paese a una crescita a tappe forzate. Ma per farlo, aveva bisogno di un controllo quasi maniacale della libertà d’espressione, di reprimere ogni infiltrazione anche solo vagamente simpatetica con la Corea del nord. Kim Il-sung e Park tentarono di assassinarsi reciprocamente più volte, senza mai riuscirci. Park vide uccidere la moglie da un attivista pro Corea del nord nel 1974 durante una cerimonia pubblica. Cinque anni dopo fu ucciso anche lui, il 26 ottobre del 1979, dal suo braccio destro e capo dell’intelligence. Quello stesso anno erano iniziate le proteste: il prezzo per il sistema Yushin, quello che aveva portato al miracolo economico, era troppo alto per i cittadini. A recuperare il potere dopo il caos della morte di Park fu un altro generale, Chun Doo-hwan.

 

“Il giorno in cui, fianco a fianco con centinaia di migliaia di civili, guardai fisso le canne dei fucili dei soldati, il giorno in cui i corpi di quei primi due uomini massacrati vennero caricati su un carretto a mano e spinti alla testa del corteo, rimasi sbigottito scoprendo dentro di me quell’assenza: l’assenza di paura. Ricordo che ero disposto anche a dare la mia vita; sentii il sangue di centomila cuori scorrere impetuoso in un’unica immensa arteria, fresco e pulito… la sublime enormità di un singolo cuore, che pompava sangue in quell’arteria e nelle mie vene. Osai sentirmi parte di esso”. Uno dei protagonisti di “Atti umani”, l’ultimo romanzo di Han Kang dopo “La vegetariana” (Adelphi, Premio Malaparte 2017) aveva ventidue anni, ed era appena tornato all’università dopo il servizio militare. Era a capo di una delle compagnie di civili che si erano armati per contrattaccare dopo che l’esercito aveva già tentato di sedare le proteste con la forza. Han Kang, che è nata a Gwangju ma è cresciuta a Seul, non solo descrive in prima persona la vita dei volontari, che in quei giorni accatastavano i morti e pensavano davvero di poter vincere contro l’esercito (ci riusciranno, ma decenni dopo). Han racconta il giorno dopo, e poi i giorni dopo ancora, quelle donne che hanno pulito i corpi e che poi, anni dopo, affrontano ancora il sospetto delle Forze dell’ordine, e la censura, ed è sempre come la prima volta. E poi come lei stessa venne a sapere, anni più tardi, quel che aveva ordinato in quei giorni “il macellaio Chun” – che poi, negli anni Novanta, fu condannato a morte ma graziato da Kim Dae-jung, presidente eletto della Corea, lo stesso uomo che aveva ordinato di eliminare.

 

La scorsa settimana il giornalista americano Tim Shorrock ha pubblicato su 38th North i documenti segreti di Washington durante i giorni del massacro in Corea del sud. La ricostruzione di Shorrock, in pratica, dimostra quel che da tempo la società civile e gli storici sospettavano: la giunta militare in Corea del sud approvò l’uso della forza anche con il sostegno dell’Amministrazione americana di Jimmy Carter. E il motivo era chiaro: l’eversione poteva essere stata scatenata da nordcoreani infiltrati tra gli studenti, ma soprattutto il caos poteva essere pericoloso, un momento di debolezza usato ad arte dalla Corea del nord per invadere di nuovo. E’ anche alla luce di questo, spiega Shorrock, che va letto il sentimento antiamericano che spesso si muove soprattutto nelle città meridionali della Corea del sud.

 

Sono passati trentasette anni ma oggi finalmente di Gwangju si può parlare liberamente, ed è un’altra liberazione. Non è un caso se il film più visto al cinema in Corea del sud, quest’anno, sia “A Taxi Driver”, diretto da Jang Hoon. Racconta la storia del tassista che accompagnò il tedesco Jürgen Hinzpeter – unico giornalista occidentale che riuscì a essere presente, nel maggio del 1980, a Gwangju. Hinzpeter in Corea del sud è una specie di eroe nazionale, “il testimone dagli occhi azzurri”, dopo la sua morte, avvenuta lo scorso anno, ha chiesto e ottenuto di poter essere seppellito al cimitero di Gwangju. La vera identità del suo fixer è stata rivelata poche settimane fa, dopo l’enorme successo del film: si chiamava Kim Sa-bok.

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