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Giussani e la liturgia: la strada di “coloro che non inventano parole”

“Conversazioni” del 1973 molto attuali per la chiesa di oggi

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

29 Novembre 2016 alle 10:20

don giussani

Don Giussani (foto LaPresse)

La liturgia è il libro dei poveri di spirito, di coloro che non inventano parole”. E’ un’affermazione potrebbe essere recepita per vera da quasi tutte le religioni – tutte le religioni hanno un apparato liturgico – ma soltanto nell’ambito del cristianesimo cattolico trova una sua compiuta evidenza. In esso “la liturgia è ciò che il popolo cristiano fedele segue, ripete, risponde. Per questo è l’ambito dell’obbedienza. Non c’è nessuna strada semplice per la conversione che non sia l’obbedienza del cuore”. Perché “Lex Domini irreprehensibilis convertens animas. La parola del Signore è infallibile, è precisa e cambia l’anima”. Oggi la definizione “coloro che non inventano le parole” può risultare un po’ strana. Nel nostro comune senso del spirito siamo abituati – anche per influsso di altre forme religiose allogene, importate, ma ormai diffuse – a inventarci le parole. La liturgia è un po’ un raccontarsela con Dio, oppure sono le parole trattate come fossero magiche, mantra da ripetere e riti da eseguire scrupolosamente, ne va della loro efficacia. Non è un caso che molto del dibattito che agita la chiesa contemporanea ruoti attorno a due poli: il ritorno intransigentista al formulario tradizionale, o uno spontaneismo emozionale che è l’ultimo cascame di una cattiva recezione della riforma liturgica successiva al Concilio.

Giussani e Guardini. Una lettura originale

Monica Scholz-Zappa , Jaca Book, 300 pp., 18 euro

Quando alcuni giovani raccoglievano e poi davano forma organica a queste lezioni di don Luigi Giussani era fresca l’onda d’urto di quella riforma liturgica. Sono “rapidi appunti” tratti da “conversazioni” svolte in un periodo di otto anni, tra il 1965 e il 1973. C’era allora, oltre alla volontà di imparare da un maestro, anche il problema di “evitare due possibili derive – solo apparentemente opposte – dell’archeologismo e del sociologismo liturgico”, scrive nella presentazione mons. Francesco Braschi, dottore della Biblioteca ambrosiana, che ha curato questa nuova edizione del libro del 1973 (Luigi Giussani, Dalla liturgia vissuta - Una testimonianza, San Paolo, 168 pp., 15 euro). Oggi le derive da evitare sono forse il tradizionalismo e lo psicologismo. Ma il modo con cui Giussani conduce dentro alla liturgia – la preghiera della chiesa in quanto tale – travolge, come allora, le angustie di un dibattito solo teologico, o nei casi peggiori clericale. La caratteristica che rende prezioso questo testo è che Giussani non teneva un corso di dottrina, ma dava una testimonianza “vissuta”, appunto, concentrandosi costantemente sull’aspetto esperienziale della liturgia. Lo fa spiegando – parola per parola quasi – il significato “attuale” ed esistenziale della messa (“la messa dunque è il gesto più importante della nostra esistenza perché è il gesto della morte e resurrezione di Cristo… la è messa è il gesto supremo della comunità”).

E nota, pedagogicamente, che “perché un gesto influisca sulla vita, deve ‘costare’ qualche cosa”: la liturgia non è un salto rassicurante in un altrove spirituale. Giussani parla poi dei tempi liturgici e delle festività (dall’Avvento alla Pentecoste), che sono i passi storici – cioè inseriti nella ordinarietà del contesto umano – attraverso cui la chiesa educa il suo popolo e lo conduce alla conversione. Non c’è nulla di magico o di intimista nel modo in cui il sacerdote ambrosiano suscitatore di Comunione e liberazione (quelli erano anche gli anni della “crisi” tra Gs e Cl) intende la liturgia: “Nel suo senso più vasto la liturgia è l’umanità resa consapevole dell’adorazione a Dio come supremo suo significato, e del lavoro come gloria a Dio”. Intuizione “benedettina” di un cristianesimo che non è fuga in una consolazione mistica, ma una consapevolezza più reale e profonda di ciò che ognuno è: “Tutto il mondo ha bisogno della nostra fede, che la nostra vita cambi per fede”. 

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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