Il regista Nicolas Winding Refn (foto LaPresse)

Dopo la consacrazione con "Drive", a Nicolas Winding Refn non restano che i fischi

Mariarosa Mancuso
Parabola del regista, diventato di culto con un film come “Walhalla Rising” (guerriero muto con poteri soprannaturali, attorno all’anno Mille avanti Cristo) e passato al mainstream con il romanticissimo e violentissimo “Drive”. Riuscito malissimo “Solo Dio perdona” e fischiato “The Neon Demon".

Parabola di un regista venuto dalla Danimarca, diventato di culto con un film come “Walhalla Rising” (guerriero muto con poteri soprannaturali, attorno all’anno Mille avanti Cristo) e passato al mainstream con il romanticissimo e violentissimo “Drive”. Ryan Gosling in giubbotto argentato dà il primo bacio a Carey Mulligan in ascensore, si avvitano come Ingrid Bergman e Cary Grant nella celebre scena di “Notorious”. Poi lui si stacca, la guarda fisso negli occhi, un attimo dopo massacra l’incauto che occupa l’ascensore accanto a loro, e che abbiamo visto nascondere una pistola sotto la giacca: ecco come far colpo su una ragazza.
Dopo “Drive”, come spesso succede a Hollywood – dove vali quanto il tuo ultimo film, a differenza dell’Italia dove Marco Bellocchio e Giuseppe Tornatore stanno ancora campando sul loro film d’esordio – Nicolas Winding Refn aveva tutte le porte aperte e molti attori vogliosi di lavorare per lui. Ha scelto Kristin Scott Thomas, oltre a Ryan Gosling. Nei locali thailandesi bagnati di luce violacea ha ambientato un regolamento di conti intitolato “Solo Dio perdona”. Riuscito malissimo, e fischiato il giusto, fornisce da solo un’antologia di scene esagerate, rese ancora più atroci dalla mancanza di trama. Per farla breve: una nobile gara tra madre criminale e figlio criminale (lui vuol tornare nel ventre materno, e non trova di meglio che infilarci una mano: più che la violenza uccide la psicoanalisi d’accatto).

 



 

Fatica durissima. Poi anche lo spettatore finisce per perdonare, immaginando uno sbandamento momentaneo. Al Festival di Cannes eravamo tutti in attesa di vedere “The Neon Demon”, neanche il critico più pessimista immaginava la scarica di fischi che ha accolto il film (curiosamente, i più contrari erano i giovanotti di tendenza, gli stessi che prima avevano mitizzato il regista, spiegano che il film precedente era un capolavoro decisamente superiore alle nostre capacità di comprensione). Da Bangkok ci spostiamo a Los Angeles, la sedicenne Elle Fanning arriva in città per fare la modella. Trova altre splendide signorine che quando va bene sono vampire, quando va un po’ meno bene sono cannibali, quando va davvero storta sono necrofile, (non importa se il cadavere è stato ricucito alla meglio dopo l’autopsia). Così va il vacuo mondo della moda, suggerisce il regista, che intanto sogna di riprendere sfilate e dirigere spot, si capisce subito. Hanno un budget per minuto superiore a qualsiasi film, e ci si può sbizzarrire con luci e scenografie. Lo fa anche in “The Neon Demon”, con una cura – meglio sarebbe dire: un’ostinazione – degna di un copione meno sgangherato. Elle Fanning immersa nella polvere di stelle illumina lo schermo come una Madonna. Spenti i riflettori, torna a dormire in uno squallidissimo motel, come se nessuno le avesse dato neppure mille dollari d’anticipo.

 


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