Marx ed Engels

Perché ci vuole cautela a rivalutare il Marx profetico sulla borghesia

Alfonso Berardinelli
Oggi che non ci sono più partiti politici seriamente marxisti e comunisti in occidente né altrove, parlare di marxismo è piuttosto eccitante, gratuito e divertente. Me ne sono accorto ancora una volta leggendo l’articolo di Luciano Pellicani uscito lo scorso 19 aprile su questo giornale, “Nuova ossessione anticapitalista”.

Oggi che non ci sono più partiti politici seriamente marxisti e comunisti in occidente né altrove, parlare di marxismo è piuttosto eccitante, gratuito e divertente. Me ne sono accorto ancora una volta leggendo l’articolo di Luciano Pellicani uscito lo scorso 19 aprile su questo giornale, “Nuova ossessione anticapitalista”. Pellicani, irritato dal marxismo di Zygmunt Bauman, terzomondista, cioè poco ortodosso o soltanto allusivo rispetto al vero marxismo di Marx e Engels, cita alcuni passi famosi del Manifesto del 1848 e dei Grundrisse. Bauman si sbaglia, dice Pellicani, perché descrive il capitalismo come un puro parassita dei paesi poveri e sottosviluppati, come un “sistema perverso” che avendo assunto le forme della società dei consumi “si fonda sull’insoddisfazione permanente, cioè sull’infelicità”.

 

A questo punto, vista la genericità e debolezza teorica di un sociologo alla moda come Bauman, l’entusiasmo di Pellicani per il marxismo firmato Marx si esprime in un vero e proprio abbraccio fraterno al genio di Treviri e al suo fido amico. Ma l’abbraccio è dovuto e si limita alle pagine del primo capitolo del Manifesto, quelle memorabilmente epiche, sfrenatamente titaniche in cui i giovani Karl e Friedrich, che si sono lasciati alle spalle la variopinta e provinciale Germania, con i “belati filosofici” della sua tipica ideologia fondata sul pensiero e non sulla realtà, arrivati in Inghilterra scoprono la prima classe operaia del mondo, scoprono “la grande industria moderna” che l’ha creata, scoprono che questa industria “ha creato quel mercato mondiale che era stato preparato dalla scoperta dell’America”. Industria, commercio, ferrovie. Distruzione di “tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache”. Una nuova società fondata sul “calcolo egoistico” senza ideali ha affogato nella sua “acqua gelida (…) i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea”.

 

Evviva, morte al passato. Abbasso l’idealistica Germania romantica. Evviva la scienza positiva delle cose reali, unica cultura non ipocrita: “La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che fino allora erano venerate e considerate con pio timore”. E soprattutto: “Solo la borghesia ha dimostrato cosa possa compiere l’attività dell’uomo. Essa ha prodotto ben altre meraviglie che piramidi egiziane, acquedotti romani e cattedrali gotiche, ha portato a termine ben altre spedizioni che le migrazioni dei popoli e le crociate. La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali”.

 

L’entusiasmo dei giovani Karl e Friedrich è incontenibile. Non senza quell’empito ditirambico di sadismo distruttivo-costruttivo tipicamente tedesco, che spesso associa brutalità militaresca e inni alla gioia collettiva. Ecco: scambio universale! Interdipendenza universale fra le nazioni! Con tutto il dominio della necessità e della coazione storica ineluttabile che obbliga a fare tutti insieme in tutto il mondo le stesse cose! Ciò che non è questo, per loro non è civiltà, è barbarie, è “xenofobia dei barbari” che ostacolano l’espansione della borghesia capitalistica occidentale. Città enormi. Centralizzazione politica. “Soggiogamento delle forze naturali, macchine, applicazione della chimica all’industria e all’agricoltura, navigazione a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, dissodamento di interi continenti, navigabilità dei fiumi, popolazioni intere sorte quasi per incanto dal suolo”.

 

Meraviglioso. C’è da chiedersi come sia stato possibile ai due sfrenati giovanotti farsi venire in mente che tutta quella mondiale macchina, per diventare ancora più efficiente e produttiva, dovesse diventare comunista, avere bisogno dei comunisti al posto di comando. Se la civiltà borghese è civiltà, perché inventarsene un’altra, teorica, ancora mai vista, senza volto e molto probabilmente (come più tardi invece si è visto) non più moderna ma più arcaica, più feudale, più devota, più filistea, più coattiva.

 

Le cattedrali gotiche ancora le ammiriamo, gli acquedotti romani, le piramidi egizie, i templi e i teatri greci, i palazzi rinascimentali ancora ci lasciano a bocca aperta. La Tour Eiffel e il Beaubourg invece fanno un po’ ridere. L’aureola era bene distruggerla? In realtà il capitalismo non fa che produrre merci con l’aureola di una perenne promessa: la promessa di felicità. Il cristianesimo era ed è proprio da buttare? E’ sembrato così. Ma perché allora oggi i più coerenti marxisti di ieri si sono messi a visitare devotamente il monte Athos, dimora dell’ascetismo orientale, e a ripararsi sotto l’ombrello del Papato che si oppone alla “mutazione antropologica”, alla trasformazione del genere umano in appendice della macchina universale?

 

Immoderato (e forse dissennato) l’entusiasmo di Marx e Engels per il capitalismo. Immoderato (utopico e filosofico) il loro “rovesciamento dialettico” della liberazione umana attraverso il capitalismo in liberazione umana grazie al comunismo. Temo Marx e Engels anche quando ci spediscono dall’Ottocento i loro tossici doni di genialità profetica.

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