La copertina di "Aurora", ultimo album dei Cani

Né voce generazionale, né nicchia che diventa mainstream. I Cani piacciono perché ci sanno fare

Simonetta Sciandivasci
Negli undici brani di Aurora, il nuovo disco de I Cani la Band, ci sono ventisette occorrenze della parola "niente". Otto di "qualunque". Dieci di "vuoto". Niccolò Contessa, frontman e mente del gruppo, canta a un certo punto che "io non voglio più guardare dentro di me, non c'è niente di niente". E' il solo, Contessa, tra quelli che sanno chi lui sia a non voler introflettersi.

Negli undici brani di Aurora, il nuovo disco de I Cani la Band, ci sono ventisette occorrenze della parola "niente". Otto di "qualunque". Dieci di "vuoto". Niccolò Contessa, frontman e mente del gruppo (meglio: del progetto), canta a un certo punto che "io non voglio più guardare dentro di me, non c'è niente di niente". E' il solo, Contessa, tra quelli che sanno chi lui sia (fino a poco fa erano una nicchia, ora sono in vertiginosa espansione) a non voler introflettersi: nel suo niente sembrano, invece, volerci guardare tutti gli altri, ritenendo che lì alberghi la voce di una generazione, quella dei ventenni (e passa) d'Italia, più o meno coetanei dei millennial (che però, diciamolo: esistono in America, forse in qualche altro paese anglosassone, ma da Trieste in giù no).


Foto dalla pagina Facebook ufficiale de I Cani


Per questa ragione, della data milanese e di quella romana del tour (21 e 23 febbraio), si è scritto, narrato, pensato in termini escatologici e inter-soggettivi dentro vibranti articoli di cultura, socio-cultura, consumo culturale, costume. Contessa è il traduttore della extralingua dei vituperati (perché innocui) sdraiati, nativi digitali, insomma di quella fascia di inafferrabile popolazione che oscilla tra l'adolescenza e la post adolescenza: la meglio gioventù, che è, abitualmente, quella peggio indagata. E lo è, se non a sua insaputa, probabilmente controvoglia: una controvoglia, tuttavia, studiatissima. Un contrappasso cercato e non sofferto come quello di cui morì Kurt Cobain che non aveva affatto idea di cosa fosse il niente, né gli interessava cercarlo, ma conosceva perfettamente, dolorosamente il nulla (differenze filosofiche su cui gli adolescenti hanno il diritto/dovere di arrovellarsi).

 

Un contrappasso intelligente, nel quale sta sì una condanna (essere un idolo generazionale, quindi sentito ma non ascoltato, tant'è che più Contessa prende per i fondelli gli hipster e più quelli lo galvanizzano, anche se pure questo fa parte dell'autoironia degli hipster), ma soprattutto il furbissimo segreto della santificazione del suo successo, cioè il passaggio da essere materia da Blow Up, riviste indierock, forum indierock e discettazioni tra nerd a fenomeno di cui rintracciare il noumeno. Il segreto del successo, invece, è semplice, commerciale: I Cani di Contessa ci sanno fare. Scrivono canzoni che non sono canzonette (regola aurea per conquistare i figli del ceto medio riflessivo); ritornellano il dolore più che l'amore; liquidano partecipazione, militanza, vita activa; sfottono la generazione di cui sono esempi perfetti ma dalla quale sembrano differenziarsi; elogiano la solitudine e soprattutto, prima di ogni cosa, usano la musica come fosse un filtro di Instagram, cioè per colorare il banale di sfumature anticate, nostalgiche, in modo da renderlo irriconoscibile e, quindi, accattivante.


Foto dalla pagina Facebook ufficiale de I Cani


Aurora è un bel disco: ne ha scritto persino Nuovi Argomenti e ne ha scritto per dire che è qualcosa di più di un bel disco, così come da IL al Giornale, si è scritto del tour de I Cani come di un appuntamento, una catarsi, un riconoscimento d'appartenenza collettiva. Così collettiva che da Roma, città da cui, agli esordi, sembravano non potersi né volersi slegare, I Cani sono arrivati a Milano e questo, al giornalismo, basta per dire che hanno conquistato una voce per l'Italia giovane che non guarda Sanremo ma che desidera propagare la propria eco in modo ugualmente pervasivo ma decisamente più cool, intelligente. "Il Pigneto conquista Milano", ha titolato IL, magazine culturale del Sole24Ore. A Roma, però, all'Atlantico (che sta all'EUR), a vedere I Cani non c'era mica solo il Pigneto: c'era Roma Nord, quella che quando la Polverini dava scandalo venne definita una categoria dello spirito; c'era Monti, quindi gli hipster; c'era Termini, quindi i rapper; c'erano tutti.

 

C'era persino Giachetti, assai divertito e forse pure lui in cerca del sapore di una generazione a cui potrebbe presto trovarsi a dover proporre un futuro sostenibile, nella città meno sostenibile del Paese. Il Pigneto esiste meno, nella poetica da "cameretta" de I Cani, di quanto esistano, invece, i pariolini annoiati e pentiti, che all'Atlantico erano in grande copia, educatissimi, come educatissimo è stato il concerto. Senza sbavature. Senza sangue. Freddamente perfetto. Cosciente dell'incoscienza, quel diritto che consente a un adolescente di citare David Foster Wallace senza averlo mai letto, perché tanto nessuno gliene chiederà conto ("se non altro vado al parco e leggo David Foster Wallace", canta Contessa in "Hypsteria", brano contenuto nel primo disco, che più di tutti ha fatto morire d'amore gli hipster, nello stesso album crocifissi in modo più che pungente e pure divertente).

 

 

[**Video_box_2**]"Stavate là sopra a fa i borghesi", dice un ragazzino, uno che a Roma chiamerebbero "preciso" (vedere "Come te nessuno Mai" di Muccino, altro idolo di Roma Nord) all'uscita dall'Atlantico, ad alcuni suoi amici che hanno seguito il concerto dalla balconata del locale. Non che sotto al palco si fossero viste risse, poghi (quella stupenda pratica punk del rincorrersi per prendersi a spallate), sputi o esplosioni di entusiasmo danzante, ma a chi più che agli adolescenti serve credere che esista una borghesia come dimensione dello spirito? Cantano I Cani, prendendoci tantissimo, che "Continuiamo ad inventare dimensioni, dopo il cubo per il cubo e così via, sono il senso che la storia sta finendo, quello stai sicura non finirà mai. Perché non finirà, non finirà mai". Ci prendono tantissimo, I Cani: studiano bene gli amici (tanti) e i nemici (sempre meno). 

 

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