Maurizio Molinari

Atlantista e bushista, così Molinari è arrivato alla direzione della Stampa

Michele Masneri
Lavoratore “mostruoso”, con tendenza a coprire tutto.

Romano ma con etica e cravatte americane-torinesi, grande lavoratore, non proprio un burlone. Così Maurizio Molinari, nuovo direttore in pectore della Stampa.  Romano di Testaccio, middle class, cinquantuno anni da poco compiuti, una passione per la A.S. Roma, gli capita di scrivere di James Pallotta e il suo mito personale pare sia Agostino Di Bartolomei, capitano negli anni Settanta. Ha cominciato alla Voce Repubblicana; Stefano Folli ricorda con il Foglio di una classica “grande promessa, mandava dei pezzi da Gerusalemme dove studiava all’Università ebraica, già si capiva che era un esperto di relazioni internazionali”. Ebraismo e partito Repubblicano come punti di riferimento (“Nella Prima Repubblica se eri filoisraeliano era l’unica parte dove poter stare”, dice un osservatore, ma c’è anche una grande tradizione risorgimentale mazziniana-ebraica).

 

Relazioni internazionali, però, e non semplicemente Esteri, perché Molinari rientrerebbe nella “tradizione dei giornalisti-analisti che sono stati molto all’estero. I Gawronski, i Rampini. Ma anche i direttori-notisti alla Ronchey-Levi”, dice Gianni Riotta, condirettore alla Stampa quando Molinari viene mandato a New York come corrispondente, nel 2001. Ci rimane fino all’anno scorso. Prima è stato a Bruxelles, poi andrà a Gerusalemme. Direttori-notisti consultabili anche in tempi pre-Twitter per aggiornamenti di fascia altissima dall’Avvocato Agnelli, e l’Avvocato naturalmente dà il suo gradimento per l’invio a New York. Epoca Bush, post 11 settembre. “Molinari è un atlantista” pare abbia detto l’Avvocato dando la sua benedizione. E atlantista è rimasto, così come bushista (all’ex presidente ha dedicato il saggio “George W. Bush e la missione americana”, Laterza, 2004), e già il termine “missione” fa parte del vocabolario molto yankee molinarista, come quello di “frontiera” e “America” (con una erre arrotata però diversa da quella dell’Avvocato).

 

A New York, amici italiani: Christian Rocca, all’epoca corrispondente del Foglio (ma anche Molinari ha collaborato col Foglio), e Antonio Monda, ambasciatore cineculturale italiano in città. “Mostruosa capacità di lavoro”, sottolineano tutti, tendenza a coprire tutto il copribile, anche gli spettacoli (ultimamente è molto attivo su Instagram). “E’ l’unico corrispondente italiano a partecipare sempre alla riunione delle undici di mattina” dice Rocca (sono le cinque, a New York, col fuso, in conference). Visite alla Sinagoga dell’Upper West Side, cene alle 20, perché poi si va a letto alle ventidue al massimo (per la suddetta riunione antelucana). Della scelta del ristorante si occupa la moglie Micol, che di cognome fa Braha, ebrei libici di stanza a Milano, avvocato. Due coppie di gemelli, non ai polsi, ma come prole. Camicie bianche e cravatte a righe Brooks Brothers, agnellismi con moderazione; John Elkann pare vada a consultarlo a New York.

 

[**Video_box_2**]Tanta televisione: ospite fisso di “Otto e mezzo” ai tempi di Giuliano Ferrara, che dice: “In una trasmissione sbarazzina come la mia, mi collegavo con lui e oltre a dare ineccepibilmente notizie apriva la frase incessantemente con le parole ‘l’Amministrazione americana’, il che innalzava subito il tono anche formale del tutto”. “Dice sempre ‘l’Amministrazione’, e non ‘Obama’”, per esempio, anche se è a cena con gli amici più stretti, riferisce un amico. Libri pure tanti: il primo, sull’identità degli ebrei italiani, uscito nel 1991, con prefazione di Giovanni Spadolini (“Molinari è giornalista, ma giornalista che ama la documentazione, il rigore delle citazioni,  la lettura attenta delle fonti”). L’ultimo uscirà il 4 dicembre per Rizzoli, si intitola “Jihad-Guerra all’Occidente”, ed è aggiornato ai fatti di Parigi, dicono soddisfatti in casa editrice. Il fatto che la nomina a direttore sia arrivata nel giorno del Ringraziamento americano pare avere una sua coerenza.

 

Alla Stampa si cerca intanto la mente raffinatissima che ha coniato per Massimo Gramellini, papabile, il titolo di “direttore creativo”, come se fossimo a Gucci o Valentino.

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