Fatalità o meno, andare in montagna non può essere solo una passeggiata

Giovanni Battistuzzi

La pioggia in altura, il torrente che si ingrossa a tal punto da spazzare via tutto ciò che trova sul suo cammino. Tra le tante cose anche due gruppi di escursionisti che si trovavano a valle, là dove sorge il ponte del Diavolo e il corso d'acqua, tra cascate e gole, è meta di turismo. Il bilancio della piena del Raganello, in Calabria, al limite sud orientale del parco del Pollino, è di dieci morti e undici feriti, di trentatré persone salvate dai soccorritori dal fango sceso a valle. La magistratura indagherà sulle responsabilità, se ci sono, cercherà di dare risposte alle logiche domande che ogni volta ci si pone in questi casi: perché? com'è potuto accadere?

 

Ma al di là delle colpe, delle responsabilità, di quello che Domenico Gioia, coordinatore delle guide ambientali escursionistiche della Calabria ha raccontato all'Adnkronos, ossia che "ogni volta che piove, l'alveo del fiume si modifica. Questo noi lo sappiamo bene e per questo non ci avventuriamo in queste gole", c'è dell'altro, qualcosa che lega l'interno montano della Calabria a tutta la dorsale appenninica, alle Dolomiti e a tutto l'arco alpino, sia questo italiano, svizzero o francese, sino ai Pirenei e a qualsiasi altra montagna. E cioè "la necessaria umiltà e consapevolezza che si deve avere ogni volta che ci si addentra in un territorio complesso come quello montano". Rudy Hollfner, ha sessantasei anni, è nato a Trieste, vissuto prima a Vienna per studi e poi a Bronte per amore, è guida alpina da quasi quarant'anni, "quasi una vita oltre i duemila metri", ma non per questo "posso dirmi infallibile", dice al Foglio. "Ho scalato, passeggiato, pure corso tra i monti, ma non mi è mai passato di mente quello che ho imparato da ragazzo da chi mi ha fatto diventare guida alpina: 'L'errore più grande che puoi fare è pensare che la montagna sia un posto qualsiasi, uno uguale a tutti gli altri. Ci vuole umiltà, la capacità di capire che al cospetto dei monti si è soli e fragili e bisogna avere accortezza per ogni passo che si fa'. E questo è troppo spesso dimenticato".

 

Hollfner non dà un giudizio su questo è successo, "è impossibile non sapendo alla perfezione l'orografia e l'idrologia del territorio", ma quanto è successo è qualcosa che "fa stringere il cuore, ti mette angoscia", anche se fosse soltanto "una fatalità. però ultimamente ne capitano un po' troppo spesso di fatalità. Anche a gente esperta che la montagna la conosce, figuriamoci a chi della montagna è a digiuno o quasi". Il punto secondo la guida alpina è che "ormai si è persa la capacità di riconoscere i propri limiti, di comprendere che esiste qualcosa di più grande di te che necessità comprensione e una prudenza che sfocia nell'assoluto e incondizionato rispetto". E questa mancanza si rintraccia "sia tra chi la montagna la conosce perfettamente, o pensa di conoscerla, sia tra chi pensa che la montagna sia solo un'appendice bucolica della complessità della città". Da entrambi i lati "c'è molte volte la stessa strafottenza, che altro poi non è che la tendenza a sovrastimare le proprie possibilità. E la montagna come il mare non perdona tutto ciò".

 

Quello che è successo alle Gole del Raganello "dovrebbe farci riflettere sulla necessità di riconsiderare il nostro rapporto con la natura", dice al Foglio Mario Goss, altoatesino, guida alpina da vent'anni sul massiccio del Großglockner in Austria. "La montagna non è di per sé pericolosa, almeno se si inizia a comprendere cosa non va fatto". E il turismo di massa che ha raggiunto "anche zone di non lunga tradizione turistica non deve essere criminalizzato. Anzi, è un bene, porta benessere e con questa attenzione sia da parte delle istituzioni sia per quanto riguarda l'interesse naturalistico. Però bisogna fare attenzione a comprendere che la voglia di scoprire zone poco conosciute non sfoci nell'idiozia di credersi esploratori capaci di tutto. Non si è capaci di tutto. E soprattutto se si sottovalutano i rischi può andare a finire molto male". Goss ricorda le parole di pochi giorni fa del sindaco di Saint-Gervais Mont Blanc, Jean Marc Peillex, contro i "buffoni" del Monte Bianco. Peillex aveva detto che "la situazione è esplosiva. Il Monte Bianco non è un palcoscenico, né Disneyland, né un prodotto di consumo che agenzie di viaggio truffaldine possono vendere a chiunque. Trentamila escursionisti si avventurano ogni anno su questo lato della montagna, la stragrande maggioranza senza esperienza, senza attrezzatura adeguata, abbandonando dietro di loro bottiglie di plastica e rifiuti, come se poi, la sera, di qui passassero i camion della nettezza urbana". Per Goss Peillex ha ragione, "c'è qualcosa che non va, c'è qualcosa che non torna. Non dico che la montagna deve tornare ai montanari, sarebbe sbagliato e controproducente, ma dico che c'è bisogno di una cultura più profonda dell'andare in montagna e di stare in mezzo alla natura".

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