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Sana Cheema fu uccisa. La dura vita delle donne pakistane in Italia

Parla Nosheen Butt, la donna pachistana che il padre tentò di uccidere. Matrimoni imposti e seconde generazioni

9 Maggio 2018 alle 14:23

Sana Cheema fu uccisa. La dura vita delle donne pakistane in Italia

Milano. “Se vogliono trattarci come schiave, se ammazzano chi si ribella devono restare in Pakistan. Se portano le famiglie in Italia, devono accettare le leggi italiane e lasciarci libere di scegliere. E smetterla di usare Allah per coprire le loro violenze”. Nosheen Butt, 28 anni, ha ricevuto la cittadinanza italiana onoraria nel 2015, dopo che nel 2010 è stata presa a sprangate dal fratello a Novi di Modena, dove viveva con la famiglia, perché si era ribellata a un matrimonio combinato con un parente più anziano. L’ha salvata un cinese, un vicino di casa che ha tolto l’arma dalla mano del fratello, Umair. Lui le ha spaccato la testa, ricostruita dai medici in ospedale dove, è rimasta per mesi, e ora ha una placca di metallo che le provoca continue emicranie, soprattutto quando fa caldo, e di conseguenza rabbie improvvise e lacrime per un lutto che non riesce ad elaborare.

 

Lei ricorda poco di quella notte, era il 3 ottobre del 2010. “E’ avvenuto tutto in un attimo e sono svenuta”, racconta al Foglio, ma dopo l’aggressione suo padre si è accanito contro la madre, Begm Shnez, che aveva tentato di difenderla sia dal matrimonio combinato sia dall’aggressione e l’ha uccisa a colpi di mattone, lapidata insomma. Il padre, Hamad Khan Butt, che ufficialmente non si è mai pentito, ha preso l’ergastolo e il fratello Umair una condanna di 20 anni di carcere. E ora lei, che è cittadina italiana ma non ha un lavoro né alcun aiuto dallo stato italiano, ha sentimenti troppo contrastanti per riuscire ad aggiustare tutto nella sua testa, danneggiata. Da una parte si gode le gioie della maternità, dopo aver messo al mondo suo figlio Alì, che ha sei mesi, e il matrimonio con un pakistano che l’ha aspettata quattro anni, prima che lei si decidesse di fidarsi di un uomo. “Ci siamo conosciuti su Facebook, ma ci ho messo molto tempo a dirgli che lo amavo, ero diffidente”, racconta. Quando è accaduta “quella cosa”, come la chiama lei, aveva 20 anni, voleva finire gli studi e diventare stilista, ma i litigi in casa per quell’uomo più anziano che non voleva sposare hanno infranto i suoi sogni. Dopo il coma, la ricostruzione delle ossa spaccate del cranio, ha vissuto anche per strada perché non aveva più nessuno a cui rivolgersi e chiedere aiuto. Il cinese che le ha salvato la vita le ha trovato un lavoro da badante a Carpi, finché è stata licenziata. “Io capisco la diffidenza verso i pakistani: se si comportano così, devono tornare a casa”. Dopo 8 anni, ancora non riesce a farsene una ragione, di “quella cosa”. “Ero la figlia preferita, mio padre mi amava, mio fratello anche. E ancora mi chiedo perché abbiano devastato una famiglia. Ho mille domande nella mia testa che non vanno via. Sono andata in carcere a trovare mio fratello e ho visto anche mio padre perché loro sono sempre la mia famiglia, ma non provo né male né bene, non provo nulla”.

 

Dopo che ha visto un’altra giovane pakistana, Sana Cheema, anche lei diventata italiana, probabilmente uccisa (i risultati del laboratorio forense del Punjab escludono la morte per cause naturali, come sostenuto in un primo momento dalla famiglia) perché si è ribellata come lei, continua a ribadire: “Usano la violenza per dimostrare che sono uomini, ma un uomo non è tale se uccide. E nel Corano non c’era scritto che era giusto ammazzare mia madre. Se vogliono che le donne siano schiave perché le mettono al mondo?”.

 

Nosheen alterna la rabbia alla voglia di dimenticare, ma ora che è diventata madre capisce ancora di più il sacrificio di sua madre che si è immolata per lei e per questo motivo spesso piange. “Ogni tanto mi viene una rabbia, un mal di testa insopportabile. Ero solo una giovane che voleva restare vicino a sua madre e continuare a studiare”. L’uomo che suo padre aveva scelto per lei, non le piaceva e lei non lo voleva. “Aveva già insultato mia madre, non era una brava persona”.

 

Nosheen, una famiglia devastata in nome dell’onore, si sforza di perdonare, ha chiesto a suo fratello perché lo ha fatto e dice che si è pentito, ma chissà se è vero, o se lo dice per riconciliarsi con il suo dramma. La sua storia, che non aveva molta voglia di rievocare per il Foglio, rivela una frattura generazionale profonda. Fra famiglie che arrivano in Italia e pretendono che le figlie vivano come se fossero in Pakistan. E invece crescono qui, vogliono studiare, emanciparsi, essere cittadine italiane. Il padre e il fratello di Sana Cheema, che era riuscita a coronare il suo sogno di autonomia e viveva da sola a Brescia, dopo anni di scontri con il padre, sono stati arrestati in Pakistan mentre stavano cercando di scappare in Iran e sono sospettati di aver ucciso la figlia, anche lei cittadina italiana. Nosheen invece, sopravvissuta grazie all’intervento di un vicino che lei definisce un angelo, si chiede ancora perché. E nel frattempo vive, disoccupata come il marito, in una casa di Carpi, chiedendosi perché tutti l’hanno abbandonata. E conclude: “Non potrò mai dimenticare” Ma c’è un fenomeno che non possiamo ignorare: le seconde generazioni crescono, le donne diventate cittadine italiane si ribellano alle tradizioni, nelle case-rifugio arrivano sempre più adolescenti pakistane in fuga dalla famiglia, e dalle imposizioni in nome di Allah. Rischiano la vita anche per evitare una recrudescenza della deriva identitaria, non vanno lasciate sole.

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