Cronaca
Tango & Cash •
Sugli stipendi dei magistrati, il presidente dell’Anm prima strapazza i dati e poi la logica
Un miliardo, due Dpcm e tante tesi contraddittorie. L’associazione delle toghe si impappina dopo aver diffuso numeri falsi sugli arretrati
27 OTT 26

Sabato, il Foglio ha rivelato che sulla questione degli stipendi arretrati dei magistrati l’Anm ha diffuso dati falsi. Il giorno dopo, durante il Comitato direttivo centrale, i vertici dell’associazione hanno dovuto riconoscere la veridicità della ricostruzione fatta da questo giornale senza però ammettere di aver sparso cifre farlocche. Per tenere entrambe le affermazioni in piedi, il presidente dei magistrati Giuseppe Tango si è dovuto esibire in una notevole contorsione logica. “Le nostre stime sono di un anno fa – ha dichiarato – significa che le sentenze di cui avevamo contezza potevano essere solo quelle relative al primo Dpcm del 2021”. Pertanto, sostiene Tango, l’Anm non poteva tenere conto “di un successivo giudizio (relativo al Dpcm del 2024, ndr) di cui la sentenza tutt’oggi non è passata in giudicato e può essere ancora impugnabile”.
A questo punto è necessaria una sintetica premessa tecnica su una vicenda complessa. I magistrati hanno fatto ricorso alla giustizia amministrativa contro il metodo di calcolo storicamente usato dal governo e dall’Istat per definire gli incrementi retributivi della categoria per il triennio 2021-23 e per il triennio 2024-26. Nel 2025 il Consiglio di stato, in due sentenze gemelle che riguardano il primo Dpcm, ha stabilito che il criterio della media ponderata tra i contratti del pubblico impiego utilizzato fino ad allora dall’Istat senza contestazioni era illegittimo: al suo posto bisogna usare la media semplice che garantisce incrementi di stipendio superiori. Sulla scorta di queste sentenze definitive, l’11 marzo del 2026 il Tar del Lazio con tre sentenze ha annullato anche il secondo Dpcm. Così, in seguito a queste sentenze – in un caso definitive e nell’altro dall’esito scontato perché riguardanti la stessa vertenza – il governo nel Documento programmatico di Bilancio (Dpb) ha stanziato nel “Fondo sentenze” 979 milioni di euro per il pagamento dei giudizi a favore dei magistrati.
Quando il Sole 24 Ore ha dato la notizia, parlando di un costo “fino a 100 mila euro” per magistrato, l’Anm ha reagito in maniera sdegnata parlando di “veline e falsità per attaccare i magistrati”. “E’ pura menzogna”, disse in quei giorni Tango riferendosi alle cifre del Dpb, contrapponendo stime dell’Anm nettamente inferiori: tra 5 e 15 mila euro per magistrato in base all’anzianità: “Sono pronto a mostrare il cedolino”, diceva. Ora è chiaro che quella somma è farlocca, perché – come rivelato dal Foglio – si riferisce solo al primo Dpcm che vale 241 milioni di euro. Mentre il costo relativo al secondo Dpcm è il triplo: 738 milioni, pari al 75 per cento dei 979 milioni totali. L’Anm ha quindi bollato come falsi numeri che sapeva essere veri, opponendo stime che sapeva essere superate e incomplete.
La ricostruzione del presidente Tango, che peraltro è responsabile dell’ufficio sindacale dell’Anm che ha prodotto le stime, non regge. Non vale dire ora che “le nostre stime sono di un anno fa”, relative quindi solo al primo Dpcm. Perché l’Anm non ha mai detto prima d’ora che le sue stime erano vecchie e parziali: anzi, le ha usate per screditare chi ha fornito dati attuali e veritieri. E’ inconsistente anche l’affermazione di Tango secondo cui “i dati sono di tabelle che non erano state rese pubbliche ed erano nell’area riservata” del sito. In primo luogo perché quelle tabelle “riservate” le ha fatte circolare proprio l’Anm (nessun hacker le ha trafugate), ma soprattutto perché le dichiarazioni sui media dei vertici dell’Anm sugli appena 5 mila euro di arretrati si basavano proprio su quelle stime. Vuol dire che non erano riservate! Altrimenti è come se un pm dicesse che l’iscrizione nel registro degli indagati è un atto riservato mentre rivela i nomi degli indagati.
L’Anm può legittimamente non valutare gli effetti di una sentenza finché non è definitiva (peraltro anche la sentenza sul secondo Dpcm è diventata definitiva). Ma non può descrivere come una “operazione” mediatica di delegittimazione la scelta del governo di non fare un ricorso dall’esito scontato e di mettere a bilancio le relative somme. Si tratta di una banale pratica di buona amministrazione e non di una perfida strategia per screditare i magistrati inondandoli di denari.
E’ contraddittoria anche la tesi di Tango secondo cui l’Anm non avrebbe potuto stimare gli effetti del secondo Dpcm, in quanto non era a conoscenza della nuova percentuale di incremento salariale stimata dall’Istat (+12,32 per cento per il triennio 2024-26). Perché le tabelle dell’Anm relative al primo Dpcm sono state elaborate a luglio 2025, prima che l’Istat comunicasse il dato ufficiale del nuovo adeguamento (6,22 per cento): per il primo Dpcm l’Anm non aveva il parametro e l’ha stimato; ora, per l’altro Dpcm dice che non si può fare ciò che ha fatto.
La logica di Tango è un po’ ballerina. Dai magistrati ci si aspetta rigore logico e maggiore rispetto della verità. Possibilmente anche della stampa.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
