Cronaca
l'intervista •
La violenza senza meta dei ragazzini. Parla Recalcati
Ci vorrebbe un padre per questi figli di un fallimento educativo. Dietro la violenza, una regressione ideologica che ha già portato all’antifascismo antidemocratico e agli estremismi pro Pal. Parla lo psicanalista e scrittore

Foto Ansa
Massimo Recalcati aveva diciassette anni quando in Italia esplose il movimento del Settantasette e, insieme alla sua generazione, si trovò a tu per tu con la violenza politica. “Oggi non provo nessun tipo di solidarietà per quei ragazzini che sfasciano le vetrine dei negozi, assaltano le vie del centro, devastano le città. La mia profonda solidarietà è invece per i ragazzi che sono scesi in piazza per il diritto alla casa, all’istruzione, contro il carovita, per il lavoro. Ma anche per i poliziotti che si trovano a proteggere le nostre città in una condizione di evidente disparità di forze, e che una parte della sinistra fatica a difendere perché conserva ancora il pregiudizio ideologico che identifica la ‘divisa’ con il potere e i suoi abusi”.
Psicoanalista di scuola lacaniana, scrittore, intellettuale pubblico, da qualche tempo Recalcati si è trovato ad affrontare un corpo a corpo con una parte del proprio mondo politico-culturale, ovvero la sinistra che definisce “autoritaria”. Ha chiesto alle piazze pro Pal perché dimenticassero sistematicamente di menzionare la sorte degli ostaggi rapiti da Hamas, ha denunciato il rischio di un “nuovo oscurantismo” sessuale portato avanti sotto i vessilli progressisti delle ideologie identitarie, ha infine chiamato in causa i cattivi maestri delle vecchie generazioni per la violenza che si è scatenata nelle manifestazioni e nei saccheggi.
“Non trovo mai corretto in una democrazia tentare di legittimare la violenza né tantomeno provare a politicizzare il teppismo di questi ragazzini. La loro violenza è chiaramente pre-politica e pre-ideologica. Mi sembrano piuttosto ipnotizzati dai social, dai marchi, dai loghi. Non sostengono nessun discorso, nessuna critica reale dell’esistente. La loro è una violenza erratica, senza meta che non sia quella dell’assimilazione conformista ai simboli della vita di successo. E’ un’operazione di malafede intellettuale considerarla l’espressione di una conflittualità politica”.
Secondo Recalcati non si può però negare che esista anche una “violenza sociale”, una “divaricazione sempre più grande tra chi possiede molto e chi non possiede nulla, un’emarginazione economica che colpisce le persone più deboli e le fasce sociali più fragili, un abbandono delle periferie delle città a un destino senza avvenire. Il problema è quello di riuscire a dare una giusta rappresentanza politica a questo disagio che però non può essere quella della violenza che si infiltra metodicamente nelle manifestazioni politiche. Perché, all’origine di questa violenza, c’è una profonda regressione ideologica. Ne sono ai miei occhi una testimonianza significativa l’antifascismo antidemocratico e, più di recente, il movimento pro Pal nelle sue forme estremistiche”.
Per raccontare il fascismo degli antifascisti Recalcati tira fuori dalla memoria gli episodi in cui è stato impedito a studenti di destra di prendere la parola all’università per il solo fatto di essere di destra. Ma, in maniera ancora più eclatante, la regressione ideologica risulterebbe evidente “ogni volta che si confonde la destra politica, cioè Giorgia Meloni e il suo governo legittimamente eletto, con il fascismo o il neofascismo. E’ una tipica attitudine fascista quella di contestare la legittimità della democrazia parlamentare. Il dibattito politico allora regredisce verso un’appartenenza ideologica che impedisce una giusta conflittualità per diventare un rigido posizionamento etico, un aut aut senza mediazioni possibili che ritiene la destra ontologicamente fascista e dunque senza un vero diritto di governare il nostro paese”.
A questo retaggio classico, negli ultimi anni si è aggiunta – secondo Recalcati – la comparsa, all’interno del movimento per l’indipendenza della Palestina, contro la guerra a Gaza, di una componente estremista. “Non riesco a dimenticare un video in cui dei bambini, in una piazza di Firenze, inneggiavano alla distruzione dello Stato d’Israele. Chi aveva insegnato loro quegli slogan? Ebbene, penso che quei bambini somiglino molto ai teppisti che hanno devastato i negozi a Milano: sono figli di uno stesso fallimento educativo”. Ed è in questa regressione ideologica, in cui la parola non trova più posto per esprimere e articolare il dissenso, in cui non c’è più spazio per l’esercizio democratico del conflitto, che crescono le occasioni della violenza.
“E’ questo per me il ponte che unisce la violenza ideologica a quella pre-ideologica dei ragazzini che mettono a ferro e fuoco le nostre città. In entrambi i casi la legge della parola, che è a fondamento di ogni democrazia, viene calpestata. La violenza, infatti, non parla. Nel ‘77 noi ce l’avevamo con il sistema. Rifiutavamo i valori borghesi. Contestavamo il centro dalla periferia. Invece oggi quei ragazzi che hanno saccheggiato Milano vengono dalla periferia ma vorrebbero essere come i loro coetanei del centro. E’ per questo che spaccano le vetrine e derubano i negozi: per poter indossare le stesse scarpe, gli stessi abiti firmati, gli stessi accessori che hanno loro. E’ una violenza scatenata dall’effimero. Una violenza che aspira a un’assimilazione al sistema più che al suo rovesciamento”.
A Roma, nel 1977, gli autonomi cacciarono dalla Sapienza il capo della Cgil, Luciano Lama, a colpi di bastone, sfidando il servizio d’ordine del sindacato. Erano i figli che uccidevano simbolicamente il padre, giovani rivoluzionari contro vecchi comunisti, puro Edipo politico. “Il Sessantotto prima e il Settantasette dopo hanno liquidato giustamente la figura sadicamente autoritaria del padre-padrone. Ma di fronte all’attuale crisi del discorso educativo sarebbe un errore rimpiangere nostalgicamente quella figura. Quello di cui avremmo bisogno oggi non è la restaurazione del padre del patriarcato ma la testimonianza di un principio paterno possibile, capace di dare alla legge un senso umano. Penso a Sergio Mattarella. Il rispetto politicamente trasversale per la sua parola dipende dal fatto che egli sa incarnare autenticamente quel principio di cui avvertiamo la necessità”.
Servirebbero più padri come lui a questi giovani violenti e teppisti, a questa generazione? “Servirebbe qualcuno che gli dicesse che non tutto è possibile, che non puoi fare tutto, non puoi godere di tutto, non puoi essere tutto. Il principio paterno è il principio dell’impossibile. Ma introdurre il limite non significa reprimere, non significa fustigare la vita. Significa piuttosto dare al desiderio la possibilità di esistere. La cosa che mi colpisce di più in questa nuova generazione – lo dico come psicoanalista – è la perdita di importanza dell’Eros, è il declino del grande tema dell’amore e del sesso che erano invece il centro delle nostre vite di adolescenti. Siamo ora di fronte a una disinibizione della pulsione senza desiderio. Sono ragazzi affamati di oggetti. Vivono in una sorta di scrolling libidico continuo. Dovremmo considerare a fondo anche le nostre responsabilità educative: quale senso della vita abbiamo trasmesso ai nostri figli?”.