Salvini tratta con i camionisti, ma il sud resta bloccato. E gli autotrasportatori si dividono

Le grandi associazioni sono soddisfatte delle promesse del ministro e chiedono a Piantedosi di sgomberare i presidi. Le sigle che guidano la protesta al sud, invece, minacciano di andare avanti fino al 27 ottobre. Il caro gasolio pesa su tutti, ma il settore si spacca sui metodi. E il rischio è che gli scaffali si svuotino anche al nord, dove nessuno sciopera

21 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 17:10
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Al ministro Matteo Salvini sarà venuto più di un mal di testa. Il giorno dopo aver incontrato gli autotrasportatori promettendo di sbloccare fino a un miliardo di euro di sostegni, mezza Italia è ancora bloccata. Tutte le sigle più importanti ricevute ieri a Milano si dicono soddisfatte dell'incontro, ma restano completamente fuori controllo quelle che hanno organizzato le proteste nelle regioni del sud, il vero motore del blocco. “Per la prima volta la Calabria è in prima linea, non era mai successo nella storia dell'autotrasporto di questa regione”, dice al Foglio Mario Pansini coordinatore regionale di Fedralog, Federazione regionale della logistica e degli autotrasporti, che anima la protesta. “Siamo stremati ma qualcosa si muove”, aggiunge. Evidentemente non abbastanza, tanto che la minaccia è quella di proseguire fino al 27. Martedì prossimo Salvini incontrerà di nuovo il variegato mondo del trasporto pesante, le sigle più piccole e quelle più grandi, per cercare di dare risposte più convincenti. Ma un'altra settimana di blocco della circolazione potrebbe significare scaffali ancora più vuoti al sud e problemi al nord, dove paradossalmente non sciopera nessuno. Partendo dalla punta del paese, i chilometri da percorrere per arrivare a destinazione fanno aumentare i costi del trasporto. E mentre al nord ci sono anche altre modalità di trasporto merci, al sud la gomma è predominante, con aziende più piccole e meno strutturate anche dal punto di vista finanziario. “E' difficile che qui al nord si faccia come al sud, anche se le difficoltà sono identiche”, dice con accento piacentino Eugenio Zaninoni, presidente del consorzio Coap, che riunisce circa una novantina di imprese del trasporto pesante su gomma. Zaninoni però non tira in ballo il classico clichè dell'attitudine al lavoro che manca ai meridionali. “Il problema è che qui aspettiamo che siano i sindacati a indire lo sciopero e nessuno si organizza, mentre nelle regioni del sud ci sono altre sigle che si sono dimostrate più determinate. Io sarei pronto a scioperare se partisse anche qui una protesta”. Di sicuro il caro gasolio mangia i margini anche in Emilia Romagna: “Non è possibile andare avanti con costi del genere, non si può scaricare tutto sulla committenza e di questo passo falliremo tutti”.
Eppure, tutte le associazioni degli autotrasportatori più importanti e iscritte all'Albo invitano a mantenere la calma. “I problemi ci sono per tutte le aziende, ma da qui a mettere in ginocchio il paese bloccando l'approvvigionamento di farmaci, prodotti agricoli e altri beni di prima necessità ce ne vuole: serve senso di responsabilità, riconosciamo il disagio ma questi metodi non ci appartengono”, dice al Foglio Giuseppina Della Pepa, segretario generale dell'associazione nazionale imprese trasporti automobilistici di Confindustria (Anita). Insieme a un lungo elenco di altre associazioni – Assotir, Cna Fita, Confartigianato Trasporti, Confcooperative, Fai, Fedit, Fiap, Legacoop produzione e servizi, Unatras, Assotir e Sna Casartigiani – Anita chiede “con urgenza un intervento deciso e immediato del ministro Piantedosi per rimuovere i presidi che da giorni stanno bloccando il sud”. In pratica, passare la palla al Viminale perché ripristini l'ordine pubblico. Secondo Della Pepa, le rivendicazioni di chi protesta oggi sono irrealizzabili: “Dobbiamo considerare il contesto e il sistema di cui facciamo parte: chiedere un tetto di 1,50 euro al litro di gasolio oggi è impossibile. E chi pensa che mettendosi di traverso può ottenere l'impossibile sbaglia”. Per Anita la questione riguarda anche gli associati che fanno base nelle regioni meridionali, che secondo Della Pepa sono “vittime dei manifestanti” perché “con il blocco non fatturano e accumulano perdite su perdite”. Insomma, un danno alla stessa categoria. Di affanni il settore dell'autotrasporto ne ha accumulato diversi negli ultimi anni. I rincari riguardano anche i prezzi della manutenzione dei tir, la mancanza di autisti e non da ultimo i carburanti. La maggior parte delle aziende dell'autotrasporto fa rifornimento fuori dalla rete urbana e autostradale con i propri depositi, che hanno sempre avuto prezzi più convenienti, mentre oggi si ritrovano a pagare di più di quanto paghino gli automobilisti alle stazioni che applicano il tetto al prezzo volontario come Eni, Total, Ip e Q8. “Abbiamo fatto presente al ministro Salvini l'esigenza di convincere le compagnie petrolifere a estendere il prezzo calmierato sull'extrarete”, dice Della Pepa, che spera nel prossimo incontro per discutere di ciò che resta ancora aperto. Intanto, però, chiede che la protesta si fermi. “Chi ha il potere di bloccare il paese deve esercitare una maggiore responsabilità”, è il messaggio ai colleghi. Che di mediare, per il momento, non ne vogliono sapere.